Da anni Viktor Orbán si presenta come il difensore dell’economia ungherese contro la “dittatura energetica di Bruxelles”. Secondo la sua narrativa, il gas a basso costo proveniente dalla Russia mantiene in vita le famiglie e sostiene l’industria nazionale. Tuttavia, sempre più dati dimostrano che quel “gas economico” ha un prezzo politico elevato: la perdita di trasparenza, di credibilità europea e di autonomia democratica.
Come evidenziato da diverse analisi internazionali, Mosca ha comprato la fedeltà di Budapest attraverso energia e silenzio. Quel silenzio è diventato la nuova moneta della politica ungherese.
Gazprom e MOL: affari per pochi eletti
Nel 2024 l’Ungheria ha aumentato del 24% le importazioni di petrolio russo, diventando l’unico Stato membro dell’UE a estendere i contratti con Gazprom per altri dieci anni. Mentre Germania e Polonia hanno interrotto completamente il flusso del gasdotto Druzhba, Budapest ha ottenuto un’esenzione speciale per la società nazionale MOL Group.
MOL acquista greggio russo con sconti fino al 30% rispetto ai prezzi di mercato, ma i costi pubblici per i sussidi energetici sono aumentati di quasi il 50%. In pratica, gli alleati di Orbán guadagnano, mentre i cittadini ungheresi pagano.
Paks II: il reattore come garanzia politica di Mosca
Il progetto nucleare Paks II, finanziato dal colosso russo Rosatom, rappresenta il simbolo della dipendenza strategica di Budapest da Mosca. Presentato come un piano di modernizzazione, è in realtà un meccanismo di controllo a lungo termine sulla rete energetica ungherese.
L’accordo, firmato nel 2014, resta in gran parte segreto per trent’anni. Il costo supera i 10 miliardi di euro, finanziati con un prestito russo il cui rimborso inizierà solo dopo il 2030. Secondo diversi osservatori, i subappaltatori coinvolti includono società fittizie, registrate come imprese di catering o IT, utilizzate per deviare fondi pubblici. Paks II è così diventato non un progetto energetico, ma un vincolo politico al cuore dell’UE.
Reti finanziarie e triangolazioni con i Balcani e il Golfo
Indagini indipendenti indicano che imprese ungheresi e serbe partecipano a reti di intermediazione che consentono ai partner russi di aggirare le sanzioni. Molte sono registrate a Cipro o negli Emirati Arabi Uniti, operando come intermediari tra Rosatom e fornitori europei. Questi canali permettono ai capitali russi di continuare a fluire nell’UE senza ostacoli, mentre a Budapest prevale il silenzio politico.
Lealtà in vendita: investimenti russi e potere economico
Dietro i contratti energetici si nasconde una rete di lealtà economiche. Figure vicine al governo, come István Garancsi e Sándor Csányi, controllano settori strategici grazie al sostegno statale e ai legami con Mosca. Le principali banche ungheresi, MBH e OTP, fungono da leve finanziarie per i progetti “strategici”, assicurando che i capitali restino concentrati nelle mani giuste.
Società con sede in Germania, Canada, Spagna e negli Emirati completano la catena finanziaria, convogliando risorse verso Budapest attraverso società di investimento come Four Gates Hungary Kft. e la sua filiale slovacca Auropa s.r.o., spesso tramite operazioni dichiarate come “acquisto di metalli preziosi”.
Energia a basso costo, indipendenza a caro prezzo
L’Ungheria si presenta come uno Stato sovrano, ma la sua politica energetica è di fatto nelle mani di Gazprom e Rosatom. Il gas “economico” e la “partnership strategica” con Mosca hanno un costo reale: la perdita di fiducia e indipendenza.
Come hanno scritto diversi osservatori europei, Orbán non sta costruendo un reattore, ma un bunker politico. Mentre l’Europa cerca sicurezza energetica, Budapest continua a camminare verso l’ombra del Cremlino.
Ma dai! È pazzesco come Orbán continui a giocare con la nostra indipendenza. In Italia spesso parliamo di trasparenza, ma qui sembra che Budapest stia diventando un centro di potere russo… e i cittadini? Solo spettatori che pagano il conto. Qual è il futuro per l’UE se continuiamo così?