Ottobre 2003. Un passo significativo verso il disarmo è stato compiuto quando il generale canadese John de Chastelain ha incontrato emissari dell’Ira, che lo hanno condotto a rifugi per mostrare la distruzione di numerosi arsenali. Durante l’incontro, il cellulare del generale è stato spento come precauzione contro il monitoraggio dell’intelligence. Nonostante l’irraggiungibilità per quasi 20 ore, il generale ha concluso con successo l’operazione, testimonianza di un lungo processo di disarmo coordinato dalla Independent International Commission on Decommissioning (Iicd), la quale supervisa il disarmo delle fazioni in Irlanda del Nord, riporta Attuale.
Il vincolo negli anni ’70
La situazione «irlandese» è stata evocata da ambiti diplomatici come modello per disarmare Hamas. Sebbene i due contesti siano lontani, esiste una connessione significativa, dovuta alla storica solidarietà verso i palestinesi, testimoniata da collaborazioni tra l’Olp di Yasser Arafat e movimenti «rivoluzionari» fin dagli anni ’70. I legami sono evidenti dai murales di Belfast dedicati ai fedayn.
L’incendio mediorientale
Tuttavia, il conflitto mediorientale non si è mai fermato, mentre il processo di pace in Irlanda del Nord ha portato a un accordo nel 1998. La commissione, sotto la guida di figure come l’ex senatore americano George Mitchell e l’allora presidente finlandese Martti Ahtisaari, ha affrontato enormi difficoltà nel tentativo di mantenere la pace.
Risultati parziali
Il processo di pace ha richiesto molto tempo; l’odio non svanisce semplicemente con una firma. Sono passati più di dieci anni prima che l’Iicd potesse dichiarare ufficialmente chiusa la missione nel 2010, dopo oltre un anno di progressi limitati.
La questione delle armi
Nel mezzo di questo processo, sono stati registrati ritardi, ricatti e minacce. Ogni parte teme che l’altra possa possedere arsenali segreti. Durante il suo apice, l’Ira deteneva ingenti quantità di Semtex, un esplosivo di origine ceca fornito dal colonnello libico Muammar Gheddafi, oltre a vari tipi di armamento. Questo contesto complicato ha ostacolato i negoziatori, preoccupati della grandezza delle scorte da entrambe le parti.
Volontà di fermare la violenza
Nonostante diverse interruzioni, diversi ispettori, tra cui figure di fiducia come due sacerdoti, hanno attestato la distruzione di armi in segreto. Tuttavia, rimane il fatto che i depositi di Hamas, Jihad Islamica e altre fazioni nella Striscia sono decisamente più consistenti.
Le sfide attuali
Il panorama attuale dimostra che, nonostante un apparente consenso all’interno delle fila di militanti e simpatizzanti, elementi scissionisti continuano a opporre resistenza. Le stime di sicurezza del 2015 suggeriscono che l’Ira possedeva ancora circa 5.000 armi, mentre nel 2016 sono stati rinvenuti arsenali in aree boschive.
Uno studio sulla fine dei network terroristici
Un’indagine della Rand Corporation analizza come i network terroristici si trasformano; dal 1968 al 2006, la maggior parte è passata da azioni violente alla politica. Solo il 7% è stato soppresso militarmente. Le organizzazioni religiose, come Hamas, mostrano maggiore resistenza, con solo il 32% disposto a fermarsi.
I mujaheddin di Gaza
Nonostante questo quadro, i mujaheddin di Gaza sembrano mantenere la volontà di continuare l’azione armata, ritenendo che il momento della resa non sia ancora arrivato e che ci vorrà tempo, se Israele (e Donald Trump) concederà tale tempo.
Incredibile come la storia si ripeta… un conflitto dopo l’altro, e non sembra ci sia mai una fine. Pensare che ci sono persone pronte a morire per ideali così lontani dalla vita quotidiana. E in Italia ci lamentiamo per le nostre beghe politiche! Boh.