Il Vaticano si ritira dal Board of Peace per Gaza, Parolin: “Troppe criticità”

17.02.2026 23:35
Il Vaticano si ritira dal Board of Peace per Gaza, Parolin: "Troppe criticità"

Il Vaticano si ritira dal Board of Peace per Gaza, il cardinale Parolin esprime perplessità

Roma, 17 febbraio 2026 – Il colpo arriva all’ora di cena, ed è un montante che lascia il segno. Domani, a Washington, la Santa Sede non ci sarà. «Il Vaticano non parteciperà al Board of Peace per Gaza», scandisce il cardinale Pietro Parolin. Il Segretario di Stato non usa mezzi termini, le sue parole pesano come macigni: “Abbiamo preso atto che l’Italia ci sarà come osservatore. Ma ci sono punti che lasciano perplessi. Criticità che vanno spiegate, risolte”, riporta Attuale.

Il gran rifiuto vaticano chiude una giornata campale per la maggioranza. Alla Camera, la risoluzione del centrodestra per il ruolo di “osservatori” nell’organismo che deciderà il futuro di Gaza (sotto la presidenza ad libitum del presidente Usa) passa: 183 sì – inclusi vannacciani e Marattin – contro 122 no. Tuttavia, il vero dato politico è un altro: l’opposizione, storicamente lacerata, trova per la prima volta in questa legislatura una voce comune sulla politica estera. Un passo piccolo, ma un segnale significativo per Palazzo Chigi. Sergio Mattarella tace, ma il suo silenzio è assordante, la contrarietà palpabile. Non si esclude che il presidente faccia sentire la sua voce in futuro, magari in punta di fioretto.

Il saldo dell’operazione sembra negativo. Eppure, il governo continua a procedere. Antonio Tajani a Montecitorio è lapidario: “Non ci sono alternative per la pace tra Israele e Palestina al piano Usa”. Poi rincara nelle comunicazioni (senza voto) alle commissioni Difesa ed Esteri del Senato: «Non andare significa non sapere, mentre noi vogliamo essere parte della soluzione. Siamo da sempre molto coinvolti in Medio Oriente». La replica di Elly Schlein (Pd) è durissima: “Non solo aggirate la Costituzione, state smantellando il diritto internazionale. Non vi siete chiesti perché, tra i grandi fondatori Ue, solo noi andiamo?”. Anche Carlo Calenda, di solito dialogante con il governo, non fa sconti: “Una pagina nera per l’Italia”. Giuseppe Conte sceglie invece la prudenza (“non è dignitoso che l’Italia partecipi”), ma lascia l’affondo ai suoi. Stefano Patuanelli va dritto al punto: “Altro che Board of Peace, questo è un Board of Biz. Business, solo affari”, scatenando un corpo a corpo verbale con il titolare della Farnesina.

Tajani incassa e rilancia l’elenco degli aderenti europei: dall’Ungheria alla Romania, passando per Repubblica Ceca e Cipro (presidenza Ue di turno), nonché la Polonia, una bandiera che pesa. La piccola Austria potrebbe fare da apripista per un ripensamento tedesco. Alla fine, sarà il ministro degli Esteri a volare a Washington, ma la premier potrebbe incontrare l’inquilino della Casa Bianca domenica a Milano. Tutto è appeso a…un disco. The Donald, infatti, verrebbe in Italia solo se la squadra di hockey americana arrivasse in finale alle Olimpiadi: un faccia a faccia tra la partita e la premiazione è quasi certo.

Agli atti parlamentari restano le accuse di subalternità («continuate a leccargli gli stivali», tuona il 5 Stelle Ettore Licheri) e il timore di svuotare l’Onu “sostituendolo con un club privato gestito dal più forte”, per dirla con il leader Avs, Nicola Fratoianni, “partecipando come imbucati o guardoni”. Tajani nega qualsiasi sgambetto alle Nazioni Unite invocando sicurezza nazionale ed export: “L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione”. C’è il miraggio degli affari per la ricostruzione, ma la sensazione è che abbia pesato di più la pressione della Casa Bianca. Trump voleva una prova d’amore e l’ha ottenuta. La scommessa di Meloni è semplice: chi oggi si nega, domani sarà costretto dalla forza delle cose a tornare sui propri passi.

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