A partire da fine giugno 2025, le banche russe hanno iniziato a bloccare in massa i conti correnti dei cittadini fino a sei mesi, nel quadro dell’entrata in vigore di una nuova legge contro il cosiddetto “dropping”, ovvero l’uso di conti altrui per transazioni sospette. Formalmente pensata per combattere il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, la normativa ha colpito anche utenti comuni, coinvolti in operazioni quotidiane come il trasferimento di fondi ad amici, pagamenti a privati o donazioni.
Secondo quanto riportato da Secretmag, numerosi correntisti si sono visti congelare gli account per motivi apparentemente banali: bonifici a familiari, acquisti tramite terminali non funzionanti, pagamenti verso exchange di criptovalute o piattaforme di gioco non autorizzate.
Applicazione indiscriminata e rischio per i più vulnerabili
Le nuove misure sono una diretta conseguenza delle modifiche alla legislazione sul controllo dei fondi non tracciabili, firmate dal presidente Vladimir Putin a giugno. La legge prevede fino a sei anni di carcere per chi agisce da “dropper” — termine con cui si indica chi presta i propri dati o conti per transazioni illecite. Tuttavia, il suo impatto si sta estendendo ben oltre le intenzioni dichiarate.
Come conferma un’inchiesta di Verstka, le banche applicano misure severe anche in assenza di prove concrete, spesso agendo su sospetti algoritmici o segnalazioni automatiche. I criteri di rischio includono ricezione di somme elevate senza causale, bonifici a sconosciuti (ad esempio dopo richieste ricevute via social network), oppure l’uso ricorrente di carte per invii verso sistemi di pagamento esteri.
Le persone più colpite sono spesso pensionati, famiglie a basso reddito e malati cronici, per i quali la temporanea indisponibilità dei fondi equivale alla perdita dell’unico mezzo di sussistenza. Secondo Komsomolskaya Pravda, i clienti si trovano privati dell’accesso al denaro senza preavviso e senza un chiaro canale per il ricorso legale.
Reazioni delle autorità e timori per i diritti fondamentali
Il Servizio federale di monitoraggio finanziario della Russia (Rosfinmonitoring) ha dichiarato che la legge “non prevede blocchi di massa”, attribuendo le restrizioni all’eccessivo zelo delle banche. Anche la Banca Centrale ha sottolineato che l’obiettivo è contrastare il ricorso a schemi di copertura finanziaria da parte dell’economia sommersa, non penalizzare i cittadini ordinari.
Tuttavia, l’assenza di una presunzione di innocenza nella prassi — con i conti bloccati preventivamente prima di qualunque accertamento — solleva dubbi sull’equilibrio tra sicurezza e diritti civili. In molti casi, i cittadini non sanno nemmeno come impugnare le decisioni bancarie o come uscire da registri sospetti legati ai “dropper”.
La stessa Agenzia delle entrate russa ha ricordato che i trasferimenti tra privati non sono soggetti a tassazione. Tuttavia, se le operazioni sono riconducibili alla vendita di beni o servizi, è previsto il pagamento dell’IRPEF — generando ulteriori zone grigie che possono attivare il blocco automatico dei fondi.
Un clima di sospetto generalizzato e controllo economico centralizzato
Il clima che si sta creando ricorda agli osservatori la cosiddetta “riforma Pavlov” del 1991, quando milioni di cittadini sovietici persero improvvisamente accesso ai propri risparmi. Ora, nel mezzo della crisi economica aggravata dalle sanzioni occidentali, le banche sembrano svolgere un ruolo di leva fiscale indiretta, centralizzando liquidità e scoraggiando transazioni fuori dai canali controllati.
Alcuni analisti vedono nella legge una strategia per consolidare risorse interne da destinare, implicitamente, al finanziamento del conflitto in Ucraina, colpendo i piccoli correntisti piuttosto che i grandi capitali. In assenza di tutele efficaci e meccanismi trasparenti di ricorso, la misura rischia di alimentare il malcontento sociale, trasformando il sistema bancario in uno strumento punitivo invece che protettivo.