La situazione a Al Fashir: consegne umanitarie e realtà devastante dopo l’assalto delle RSF
Nell’ultima settimana di dicembre, un piccolo gruppo di funzionari delle Nazioni Unite ha raggiunto Al Fashir, in Sudan, dopo che la città era stata conquistata dal gruppo paramilitare delle Rapid Support Forces (RSF) a fine ottobre, dopo un violento assedio durato oltre un anno. Le testimonianze di brutalità e omicidi di massa sono emerse, ma la portata di tali eventi rimaneva poco chiara. Tuttavia, al loro arrivo, i funzionari dell’ONU hanno trovato una situazione ben peggiore delle aspettative: si aspettavano decine di migliaia di persone, e invece ce n’erano solo centinaia, riporta Attuale.
Denise Brown, coordinatrice per le Nazioni Unite in Sudan che ha guidato la missione, ha descritto Al Fashir come un «luogo fantasma», dove «nulla funziona e nessuno lavora», definendolo una «enorme scena del crimine» dove, negli ultimi due mesi, sembra sia stata effettuata «una significativa pulizia». Al Fashir, ultima grande città del Darfur controllata dall’esercito prima della conquista, era stata a lungo sotto assedio, con circa 260.000 persone intrappolate che sopravvivevano in condizioni disastrose, senza accesso a cibo e cure mediche, e costantemente minacciate dai bombardamenti delle RSF.
Le Nazioni Unite avevano stimato che circa 100.000 persone fossero riuscite a fuggire dopo la conquista, ma l’esatto destino delle altre resta incerto, e il numero di vittime potrebbe essere alto. La missione ha avuto luogo in un clima di paura, con l’obiettivo di capire se fosse possibile garantire un accesso sicuro per gli aiuti umanitari, interrotti per oltre un anno. Brown ha dichiarato che la maggior parte delle poche centinaia di rimasti vive in condizioni estremamente precarie.
Un’analisi più approfondita da parte del Humanitarian Research Lab di Yale ha rivelato l’aver identificato 150 cumuli di «oggetti» compatibili con resti umani nelle aree circostanti Al Fashir. Questi cumuli, molte volte apparenti dovute alla fuga delle persone, suggeriscono gravi violazioni dei diritti umani. L’HRL ha riferito di massacri avvenuti di casa in casa nel quartiere di Daraja Oula, ora caratterizzato da mercati di fortuna, mentre il territorio continua a presentare un alto numero di mine antiuomo attive.
Secondo le Joint Forces, un gruppo di alleati dell’esercito, le RSF avrebbero ucciso 2.000 civili nei primi giorni dopo la conquista. La parlamentare britannica Sarah Champion ha dichiarato che secondo stime riportate in un briefing, nelle tre settimane successive sarebbero potute essere uccise almeno 60.000 persone, un numero che solleva interrogativi sulle operazioni di pulizia e sul destino delle vittime.
Brown ha notato l’assenza di cadaveri visibili in strada e ha sostenuto che le RSF avessero effettuato una «significativa pulizia», riscontrando elementi di incendi e, potenzialmente, fosse comuni. All’interno dell’ospedale saudita, l’ultimo ancora funzionante al momento della conquista, è stata registrata una delle stragi più gravi del conflitto, con 460 persone uccise. Attualmente, l’ospedale rimane attivo, ma fortemente depauperato, con un personale medicale ridotto e mancanza di risorse.
L’analisi della situazione in Sudan, con la continua escalation della violenza etnica e dei crimini di guerra, pone la comunità internazionale di fronte a sfide gravissime nel garantire assistenza umanitaria. La priorità rimane quella di attivare canali di aiuto e offrire supporto a chi continua a vivere in condizioni di emergenza estrema.
Che situazione terribile! È incredibile come il mondo possa ignorare cose del genere. Le RSF sembrano avere un impulso incontrollato e la vita delle persone non conta nulla… Ma come è possibile che nessuno intervenga in modo deciso? Davvero sconcertante.