Il cerchio di fuoco sciita ha completato la missione per cui è stato creato. Ha espanso il conflitto a molti paesi del Medio Oriente, affiancando i pasdaran nella rappresaglia e riaffermando il ruolo dell’Asse della Resistenza. Dopo una lunga offensiva nemica, ha scelto di recuperare risorse per prepararsi a uno scontro decisivo. Ecco quali sono le forze in campo. Riporta Attuale.
Hezbollah, 20 mila uomini (oltre ai missili)
Da sempre rappresenta l’alleato migliore degli ayatollah. Ha subito, come il suo ispiratore, la riduzione della leadership, incluso il segretario Hassan Nasrallah. Israele ha infiltrato Hezbollah, colpendo con raid e tattiche inaspettate, come dimostrato dalla trappola dei cercapersone esplosivi. Nei mesi passati, l’IDF insieme al Mossad ha cercato ed eliminato ufficiali e esponenti politici, colpendo anche consiglieri iraniani, con diversi eliminati negli ultimi giorni.
Seppure apparso sulla difensiva, Hezbollah ha approfittato della situazione per riorganizzarsi e ottenere nuovi equipaggiamenti, mantenendo attivo un network mai completamente distrutto. Questa percezione di debolezza potrebbe essere stata sottovalutata a fini politici.
Secondo alcune fonti, i pasdaran della Divisione Qods hanno avuto un ruolo cruciale nella ricostruzione, mentre le rotte del contrabbando hanno facilitato il flusso di risorse. Quando il momento è arrivato, l’unità speciale Radwan ha dimostrato la sua capacità d’azione.
Per gli israeliani, i commandos Hezbollah operano in nuclei ridotti, muovendosi dalle aree centrali e nord del fiume Litani verso sud. Ingaggiano nemici con armamenti anticarro, lanciando razzi e missili, utilizzando droni-kamikaze, incluso un attacco alla base britannica di Akrotiri a Cipro, evidenziando capacità operative oltre l’orizzonte.
In diverse occasioni, hanno coordinato attacchi con le forze iraniane: le stime indicano che Hezbollah, con oltre 20 mila uomini, dispone di migliaia di missili a medio e corto raggio, mettendo sotto pressione gran parte dello Stato israeliano e la sua popolazione.
Secondo alcune tesi, Hezbollah intende spingere Tel Aviv a una costosa operazione di terra, distogliendo l’IDF dalla campagna in Iran. Fonti libanesi hanno rivelato che ciò potrebbe coinvolgere l’area a sud del fiume Litani. Tuttavia, il coinvolgimento di Hezbollah nella guerra ha aggravato le tensioni con il governo di Beirut, in quanto l’intero Libano rischia di pagare un prezzo elevato per le scelte di una singola fazione.
Le milizie irachene e il rapporto privilegiato con l’Iran
Alcune milizie sostenute da Teheran sono stati protagonisti di azioni significative, prendendo di mira l’ambasciata USA, installazioni americane e basi occidentali in Kurdistan, causando morti e feriti. Possono operare su un territorio vasto, con bersagli a portata di mano, mentre le loro caserme, spesso bombardate dagli USA, contengono armamenti sufficienti a preoccupare i rivali, tra cui sistemi lanciarazzi, droni, missili e mortai.
La loro forza deriva dal rapporto con l’Iran, dal supporto “sociale” che ottengono, dalla loro struttura di contropotere e dalla capacità di ricevere aiuti in modo meno complesso, grazie alla loro vicinanza alla “casa madre”. Non sorprende che Teheran abbia investito in Iraq per decenni su più livelli. Le autorità di Baghdad si trovano in una posizione difficile: non possono fermare le azioni dei militanti, e allo stesso tempo subiscono le ritorsioni del Pentagono; un duplice indebolimento della sovranità.
Gli Houthi in attesa del «colpo micidiale»
Gli Houthi yemeniti, la terza costola dell’Asse, rimangono in attesa nello Yemen senza riprendere le ostilità per ostacolare la navigazione. Rappresentano una forza temuta, avvezza alla guerra e pronta a incassare colpi. Hanno testato sul campo gli armamenti forniti dalla Repubblica islamica, utilizzati poi dai pasdaran in conflitti successivi.
Gli strike USA e israeliani hanno avuto effetti limitati e non hanno neutralizzato la minaccia. Diverse spiegazioni sono emerse riguardo al motivo di questa attesa. Prima, vi sarebbe un dibattito tra coloro che spingono per l’intervento e quelli che preferiscono una strategia di attesa. Secondo, agiranno solo se Teheran deciderà di ampliare il fronte con un secondo attacco sulle rotte petrolifere. Terzo, non sono semplici pedine, ma hanno autonomia decisionale. Quarto, devono considerare la situazione interna, sempre complessa. Infine, potrebbero essere interessati a una stabilizzazione tramite contatti con i sauditi, nonostante la rivalità. Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare rapidamente.
Le intelligence monitorano la situazione con attenzione. In particolare, Riad sta dirottando parte del greggio sulla pipeline verso Yanbu sul Mar Rosso, per evitare l’imbuto di Hormuz. Un incremento degli agguati alle navi lungo questo percorso avrebbe ripercussioni disastrose.