Un test per misurare la reazione americana.
Oppure una provocazione. O anche un modo per Teheran di ribadire di essere pronti alla sfida. Così come lo sono gli americani che hanno inviato la loro Armada e non a caso hanno «sparato».
Ci può essere di tutto dietro l’abbattimento del drone iraniano da parte di un caccia statunitense a circa 500 miglia a sud della costa. Per gli Usa lo Shahed 139, avvicinatosi alla portaerei Lincoln, poteva rappresentare una minaccia. Si è così materializzata una situazione temuta e prevista.
La linea rossa
Il 30 gennaio, con un comunicato specifico, il Comando Centrale statunitense (Centcom) ha tirato delle linee rosse dopo che i pasdaran hanno annunciato esercitazioni a fuoco nello Stretto di Hormuz. Chiaro il contenuto del messaggio reso pubblico in rete: 1) La Repubblica islamica ha il diritto a operare in modo professionale nello spazio e nelle acque internazionali. 2) Non tollereremo azioni non professionali che creino insicurezza, come sorvoli a bassa quota su nostre navi, movimenti di scafi veloci in direzione delle nostre unità, mosse con finalità poco chiare. Un monito determinato dai precedenti in questa zona di crisi e dalle tensioni recenti, sempre più alte. In passato i guardiani della rivoluzione hanno condotto evoluzioni con le loro motovedette, hanno condotto ricognizioni su unità dell’Us Navy, hanno messo alla prova gli avversari. Nell’estate del 2019 hanno distrutto un velivolo senza pilota americano, il mese dopo sono stati gli Usa a restituire il colpo abbattendo un drone. Ancora prima i pasdaran sono riusciti a mettere le mani sul sofisticato RQ 170. Il drone sarebbe precipitato forse a causa di contromisure elettroniche oppure per un’avaria, riporta Attuale.
La tattica dei pasdaran
I pericolosi «giochi» di guerra hanno riguardato anche il traffico navale. Qualche ora prima dell’abbattimento dello Shahed è stata segnalato un tentato abbordaggio di una petroliera da parte di militari, manovra però sventata dal capitano che ha proseguito la rotta dopo essere stato scortato dalla Us Navy intervenuta in soccorso. Anche questo tipo di tattica non è rara da parte dei pasdaran, con stop a natanti sospettati di contrabbando di greggio ma anche dirottamenti per avere pedine di scambio. Il confronto in atto in una delle regioni più strategiche al mondo ha tre lati. Il primo riguarda la Casa Bianca: Donald Trump oscilla tra il concedere spazio al negoziato e la tentazione di lanciare lo strike. Se non accettano, ha detto, accadranno «cose brutte». Ma a Washington non sono poche le voci contrarie, come lo sono quelle degli alleati arabi che hanno ribadito il loro veto sull’uso delle loro basi. I pianificatori, intanto, vanno avanti, in attesa di un ordine. In zona, oltre alla Lincoln, una dozzina di navi e sommergibili lanciamissili, caccia imbarcati e nelle installazioni, bombardieri in stato d’allerta, velivoli da guerra elettronica necessari per accecare le difese, i sistemi antimissile per contrastare la rappresaglia. Le indiscrezioni apparse sui media hanno ripetuto per giorni le varie opzioni: attacco limitato, offensiva massiccia, caccia ai leader, incursioni cyber ma anche sorprese con missioni clandestine sfruttando gli oppositori interni ai mullah.
Le fazioni, il tempismo
Il secondo lato è rappresentato dal regime iraniano. Anche a Teheran, andando oltre le dichiarazioni di facciata, non c’è una visione unanime. I duri non vogliono piegarsi alle condizioni indicate dagli Stati Uniti sullo stop al nucleare, all’arsenale missilistico e al sostegno in favore delle milizie sciite.
Per gli osservatori è un prezzo troppo alto, difficile che la Guida Khamenei approvi sacrificando i pilastri della sicurezza nazionale.
L’ala pragmatica, invece, suggerisce di provare a dialogare trovando soluzioni di compromesso rilanciate nell’ultima settimana. In mezzo — o forse sopra — la casta dei pasdaran. È il potere militare ed economico che ha la forza per condizionare le scelte e magari anche di innescare un incidente alla vigilia dell’incontro diretto con gli americani.