Ritorna la comunicazione in Iran nel mezzo della repressione
Un padre chiama da Teheran con voce concitata: «Probabilmente questa è l’ultima volta che posso telefonare, costa troppo. Voglio che tu stia calma, amore mio. Questo regime è violentissimo. Uccidono tutti, anche quelli che non c’entrano con le proteste. Amore mio, prenditi cura di te, qui stiamo combattendo. Se non escono video è perché non c’è internet, ma scendiamo in strada ogni sera. È pieno di gente. C’è fuoco e fumo ovunque. Diamo alle fiamme qualunque cosa appartenga al regime. Ma abbiamo bisogno di supporto militare, oppure ci uccideranno tutti. Chiedo a te e alle persone nel mondo: andate da Trump e fategli capire che se non attacca, ci uccideranno. Voglio che tu sia felice. Lo so che sono tanti giorni che non senti né me, né la mamma, ma stai su con il morale». Poi, più niente., riporta Attuale.
La ragazza registra la telefonata ma in quel minuto e trenta la sua voce non si sente, a parte qualche singhiozzo. Ieri, all’improvviso, i telefoni iraniani hanno ricominciato a funzionare. Si può chiamare all’estero, non ricevere. Rimane il blackout di internet, ma milioni di famiglie risentono i loro cari che vivono in luoghi lontani. Genitori e amici raccontano per la prima volta questi sette giorni al buio, dove la violenza della repressione islamista si è fatta più brutale che mai.
«Quando ho saputo che erano ripartite le linee, ho pregato che mio padre mi chiamasse. Ho guardato il telefono per ore, mi sono assicurata di stare nella stanza della casa con più connessione», racconta Leyla, che vive a Roma. Alle 9.52 squilla il telefono. Leyla analizza le risposte del padre, notando un tono strano e osservando che lui guarda le manifestazioni dalla finestra. Un’affermazione la colpisce: «Non ti preoccupare per i tuoi fratelli».
Mina, invece, scopre che suo cugino si trova in uno di quei sacchi visti nei video dell’obitorio di Teheran. A chiamarla è sua madre: «Lo hanno ucciso venerdì, è stato un cecchino». Piange: «Aveva 25 anni, era luminoso come la Luna». Una ragazza chiama un’amica per riferire che le strade sono intrise di sangue. I droni sono ovunque e negli ultimi due giorni, nella sua zona, non ci sono state proteste.
Chiamata dopo chiamata, si ricostruisce l’orrore di quella che appare essere la settimana più sanguinosa della storia della Repubblica islamica. Un funzionario iraniano a Reuters ha dichiarato: «Sono state uccise duemila persone, tra cui alcuni membri della sicurezza». Per la prima volta viene riconosciuto un numero così alto. «Ma dietro le uccisioni ci sono i terroristi», continua, ossia Israele e Usa.
Iran International, il giornale di opposizione con sede a Londra, offre un dato ancora più drammatico: le vittime sono dodicimila. «Ho parlato con persone fidate e con diverse ONG. Tutti dicono che quel dodicimila è più che realistico. Lo raccontano i video degli obitori e gli ospedali strapieni», afferma Gissou Nia, avvocata per i diritti umani e ricercatrice dell’Atlantic Council. Gruppi spontanei e ONG stanno analizzando le immagini che confermano la carneficina.
I Guardiani della rivoluzione, orgogliosi, pubblicano le foto su Telegram, rivelando che la maggior parte dei morti non ha più di 30 anni. Dall’obitorio di Teheran arriva una foto di un ragazzo chiuso in un sacco. Sulla busta è scritto: 1388, anni 16.