Rifiutata la richiesta di Antonio Piromalli: niente cene gourmet nel carcere duro
Parma, 22 agosto 2025 – La richiesta suonava quasi come uno sketch di Quattro ristoranti: Antonio Piromalli, 53 anni, boss in regime di 41 bis e figlio del famigerato ‘Peppe Facciazza’, voleva cucinarsi fusilli con la ‘nduja dopo le 22 nella sua cella del carcere parmense di via Burla 57. Nulla di più legittimo, pensava lui… Se non fosse che, in un carcere duro come quello previsto per i padrini di ‘ndrangheta, le regole non sono tanto flessibili come in un’osteria calabrese. La Suprema Corte di Cassazione ha perciò detto no a Piromalli, bocciando il suo appello e chiudendo definitivamente il dibattito sull’orario delle sue cenette. E così, niente fuochi d’artificio gourmet dopo le 20 per l’imprenditore-criminale di Gioia Tauro: si dovrà rassegnare a mangiare come tutti gli altri, riporta Attuale.
Antonio aveva chiesto alla direzione del carcere di cenare alle 22 “perché così sono abituato”. Richiesta respinta, come aveva ribadito il tribunale di Sorveglianza. Alla fine, il capo ‘ndrina si era rivolto alla Cassazione adducendo i diritti inalienabili del recluso, secondo cui la Carta dei diritti dei detenuti stabilisce che “l’alimentazione deve essere adeguata alle condizioni personali, garantendo la salute e la dignità del detenuto”. Ma per gli Ermellini, il regime duro del 41 bis non è una crociera di lusso o il soggiorno in un resort.
Ai boss non può essere garantito un trattamento da Gran Hotel, come era stato, ad esempio, per i camorristi cutoliani del carcere di Poggioreale, immortalato nel sarcasmo giornalistico come il “Gran Hotel Poggioreale”. Lì, tra una partita a carte e una passeggiata sul terrazzo, si raccontano storie di aragoste, dolci, vini, whisky e profumi di marca portati nelle celle, quasi si trattasse di un catering esclusivo. Lo stesso che accadde nel 2020 al penitenziario ‘San Pietro’ di Reggio Calabria. Ma erano altri tempi, eccezioni che non si ripetono.
Piromalli, che ha come curriculum l’essere stato il capo al Nord della cosca della Piana di Gioia Tauro, ha tentato di rompere il muro del carcere duro con la speranza di poter cucinare dietro le sbarre una ‘struncatura ammollicata con le acciughe’, piatto tipico di Gioia Tauro, da gustare poco dopo le 22 come era abituato quando era uomo libero e potente.
Dal 2014, anno in cui era stato scarcerato da Tolmezzo, fino al blitz milanese del 2017 che lo ha portato in cella, il rampollo di ‘Peppe Facciazza’ aveva sempre adottato la strategia del silenzio assoluto per mantenere il controllo del ricco mercato ortofrutticolo milanese e spedire verdure nella grande distribuzione e anche oltreoceano. Stavolta, per riaffermare il suo stile di vita e la sua vanità gastronomica, aveva parlato, eccome, fino a bussare in Cassazione. Ma i giudici della Suprema Corte hanno messo un punto fermo: i fornelli si spengono alle 20.