Deir Ezzor: la città ridotta in macerie e i fragile equilibri di una Siria in crisi
Deir Ezzor è una città in preda ai segni della guerra nell’est della Siria. Attualmente, presenta una situazione paragonabile a quella di Berlino durante la Guerra Fredda, divisa tra il governo centrale, controllato dal presidente autoproclamato Ahmad al Sharaa, e la parte est sotto il dominio curdo. Il fiume Eufrate scorre in mezzo, con un solo ponte utilizzabile, il jisr al turabi, noto come il “ponte santo”, che collega queste due aree opposte, riporta Attuale.
All’ingresso del ponte, le forze governative e un posto di blocco curdo si fronteggiano, sorvegliando chi attraversa. Questo ponte è l’unico nel raggio di centinaia di chilometri, una decisione strategica per esercitare controllo e vigilanza su chi si sposta. La distruzione di tutti gli altri ponti sul fiume ha contribuito a questa situazione, lasciando solo piccole rovine visibili nell’acqua.
Durante il giorno, il jisr al turabi è affollato, mentre di notte si odono occasionali colpi di fucile, segni di un’intimidazione reciproca tra le forze curde e quelle arabe. Questi spari servono a mantenere alta la tensione, in attesa di una possibile ripresa della guerra civile tra le due fazioni, anche se al momento i segnali non indicano un’imminente conflitto, richiedendo un approccio cauto verso il futuro della Siria.
Nel mese di marzo si è verificata un’insurrezione armata da parte degli alawiti, un gruppo minoritario, brutalmente represso dal nuovo governo, con un numero elevato di civili uccisi. Successivamente, a luglio, sono scoppiati scontri tra i drusi e le forze governative, portando a ulteriori perdite. Questi eventi potrebbero sembrare problemi marginali in un contesto più ampio di conflitto tra il governo e i curdi, i quali continuano a mantenere una significativa presenza nell’est della Siria.
Sulla sponda araba dell’Eufrate, i giovani, mentre si divertono a nuotare, esprimono sentimenti bellicosi, promettendo una possibile avanzata contro i curdi. Mohammed Salah, un ex combattente rispettato per il suo ruolo attivo contro il regime di Assad, crede invece che la via del dialogo possa prevalere e che si troverà un accordo. Riafferma frequentemente il motto: «Uno uno uno, il popolo siriano è uno», un’affermazione che riflette il desiderio di unità e pace.
Recentemente, il 10 marzo, si è tenuto un incontro cruciale tra curdi e arabi, sfociato in un accordo firmato dal presidente al Sharaa e da Mazloum Abdi, leader delle forze curde. Questo accordo è stato accolto con cautela: pur riconoscendo l’importanza della presenza curda in Siria, non ha risolto questioni fondamentali, come il rispetto dell’identità culturale curda e il controllo dei giacimenti petroliferi.
In un contesto complesso come quello siriano, le forze curde, più numerose e meglio armate rispetto ad altre minoranze, rappresentano una potenziale minaccia per il governo centrale. Tuttavia, il confine con la Turchia aggiunge un ulteriore elemento di instabilità, poiché un’invasione per combattere i curdi rimane una possibilità concreta.
Nel cuore della devastazione di Deir Ezzor, vi è un grande stadio in rovina e un cimitero di veicoli militari abbandonati, simbolo della guerra che ha ridotto gran parte della città in macerie. I restanti abitanti, quasi trecentomila, si sono abituati a vivere tra le rovine e cercano di ricostruire la loro vita nei pochi quartieri meno colpiti.
La chiesa dei martiri armeni, un tempo fulcro della vita comunitaria, è stata devastata dai combattimenti e dal saccheggio. I suoi resti, segno di un passato culturale ricco e complesso, rappresentano un monito della fragilità della pace in una regione già tanto provata.
Nonostante la continuità delle operazioni dello Stato islamico, con attacchi sporadici come quello avvenuto il 31 luglio, la situazione a Deir Ezzor necessita di un costante monitoraggio. Se dovessero verificarsi ulteriori conflitti, la sicurezza delle prigioni e dei campi dove sono detenuti i combattenti dell’ISIS sarebbe seriamente compromessa, rischiando di riattivare una rete di estremismo che potrebbe nuovamente rendere la Siria un teatro di conflitto.