La drammatica esperienza di Cecilia Sala: “Ecco cosa succede alle spie in Iran”

01.09.2025 12:45
La drammatica esperienza di Cecilia Sala: "Ecco cosa succede alle spie in Iran"

Cecilia Sala racconta l’incubo della prigionia in Iran

Roma, 1 settembre 2025 – “Mi hanno portata incappucciata alla gru delle impiccagioni e mi hanno detto: ‘È quello che facciamo alle spie’. È stata durissima, ho avuto una crisi di panico”. Sono i ricordi choccanti della terribile prigionia di Cecilia Sala, la giornalista arrestata lo scorso 19 dicembre in albergo a Teheran, mentre registrava un podcast per la piattaforma Chora. È rimasta per tre settimane nella prigione di Evin, il centro dove vengono incarcerati prigionieri politici, giornalisti e difensori dei diritti umani, noto per le condizioni estreme, tra torture e sevizie, riporta Attuale.

Il momento peggiore della prigionia di Cecilia Sala – durata 21 interminabili giorni, dal 19 dicembre 2024 all’8 gennaio 2025 – è stata la minaccia di essere ammazzata. “Mi hanno fatto uscire dalla cella – ha raccontato la giornalista in un’intervista al Corriere – bendata e incappucciata come sempre, aggrappata al bastone della guardia per non cadere, e mi hanno tolto la benda e il cappuccio per farmi vedere una gru: ‘È quello che facciamo alle spie‘. È una cosa che sappiamo tutti, ma vedere la gru delle impiccagioni lì, nel cortile del carcere, è stata durissima. Ho avuto una crisi di panico, e per una volta, anche se mi ero ripromessa di non farlo mai, ho accettato di essere sedata“.

Cecilia ricorda tutto di quei giorni a Evin. L’ingresso nel carcere di Teheran segue una rigida ‘procedura’, scandita da umiliazione e paura. “Ti spogliano. Devi fare il solito squat nuda. Sul pavimento sotto il metal detector sono dipinte le bandiere americana e israeliana, che devi calpestare. Gli uomini vengono picchiati. Tutti, sistematicamente,” racconta la 30enne nell’intervista.

“Le celle per gli interrogatori sono chiuse e insonorizzate, ma a volte vengono aperte, e senti le grida dei torturati. Anche le donne a volte vengono bastonate. A me non è accaduto. Ma sul muro della mia cella c’era una grande macchia di sangue. Versata dalla donna che era lì dentro prima. Non so se fosse stata picchiata, o si sia ferita da sola”.

Un vero inferno, dove la scelta è soffrire o morire. Infatti, racconta, “quando erano aperte sia la feritoia della mia cella, sia la feritoia della cella di fronte, potevo non vedere ma sentire la mia compagna di prigionia. E la sentivo prendere la rincorsa, per quanto si possa fare in un loculo di due metri, e gettarsi con tutte le sue forze con la testa contro la porta blindata. Sperando di fracassarsi il cranio e morire“.

Ore e giorni scanditi dal nulla. Il silenzio che dilata il tempo e lo spazio, tanto da non riconoscere la veglia dal sonno. La vita di prima è cancellata, quella attuale sospesa in un limbo. “È la parte più difficile da spiegare. Il tempo è iperdilatato: ti sembra sia passata un’ora, ma sono passati solo dieci minuti. Giorno e notte non esistono,” racconta Cecilia Sala.

“La luce è sempre accesa, quindi non riesci a dormire. È tutto studiato per spezzarti – dice – e ottenere da te quello che vogliono. Una condizione predisposta per farti impazzire, per farti venire i pensieri peggiori, per indurti a dubitare di tutto e tutti. Non hai niente con cui distrarti. Puoi solo addentrarti nelle tue paure. Una tortura bianca.”

Nella cella non “assolutamente nulla”. Una stanza di due metri terribilmente spoglia. “Non un letto, non un materasso, non un cuscino. Solo un secchio di acciaio per i bisogni, in alternativa al cesso alla turca dove talora mi portava la guardia. Nient’altro, tranne la macchia di sangue. E nulla mi hanno lasciato. Né gli occhiali, né le lenti a contatto. Senza lenti io vedo davvero male. Ma non avevo libri da leggere. Ho chiesto un Corano in inglese, in una prigione islamica avranno pure un Corano, ma non me l’hanno dato”.

Una giornalista che dà voce agli ultimi e denuncia i diritti calpestati: una ‘preda’ perfetta per chi è alla ricerca di spie e complotti da smontare. Soprattutto se con quella ‘preda’ la devi monetizzare in vista di uno scambio. Cosa volevano ottenere i carcerieri? “Che confessassi di essere una spia. Se dev’essere scambiata con qualcuno, una spia vale più di una giornalista,” dice Cecilia.

Non ha mai ceduto e forse questa forza l’ha salvata. “Conoscevo la storia dell’iraniano di cittadinanza svedese che, indotto dopo due anni a confessare il falso, da otto anni è rinchiuso a Evin nel braccio della morte, ridotto a un fantasma. Certo, io ho dovuto resistere soltanto ventuno giorni. Se i tuoi sono bravi a liberarti, ce la fai. Per questo io sono stata fortunata. Ma se ti spezzano, e tu confessi, allora è finita.”

E gli interrogatori non sono facili, tutti i passi sono studiati per farti crollare. E confessare di essere quello che non sei. “Sono molto bravi, dal loro punto di vista. Finti premi, finte speranze, affinché poi la batosta faccia più male. Ti illudono e ti terrorizzano,” sottolinea la giornalista.

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