Uccisa la giornalista palestinese Mariam Abu Dagga durante un raid israeliano
Mariam Abu Dagga, giornalista freelance, è stata uccisa questa mattina durante un raid dell’esercito israeliano al complesso ospedaliero Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, mentre si trovava nel bel mezzo del conflitto tra Israele e Hamas. La sua morte avviene in un contesto in cui i giornalisti continuano a essere esposti a rischi mortali: solo poche settimane fa, sei reporter furono uccisi in un attacco all’Al Shifa Hospital, riporta Attuale.
La giornalista aveva scritto una lettera toccante per suo figlio Ghaith, indirizzandogli parole di amore e di speranza prima della sua morte. Nella lettera, tradotta e ricondivisa da Patrick Zaki sui social media, Mariam esorta il giovane a avere successo nella vita: «Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, e che diventi un uomo capace di affrontare la vita».
Abu Dagga, che collaborava con diverse testate tra cui l’Associated Press, era un’ardente testimone della difficile situazione a Gaza, dove raccontava storie di bambini affamati e malnutriti. Non era sola nel documentare le atrocità della guerra: in un altro attacco a inizio agosto, altri sei giornalisti avevano perso la vita, tra cui Anas al Sharif, corrispondente di punta di Al Jazeera, che aveva anche lui lasciato un messaggio-testamento dedicato alla verità e alla giustizia.
«Non dimenticare che io facevo di tutto per renderti felice e in pace, e che tutto ciò che ho fatto era per te», conclude la lettera di Mariam. L’affetto e la preoccupazione per il futuro del figlio risaltano nell’ultimo messaggio della giornalista, che esprime il desiderio di vederlo crescere e crearsi una famiglia, chiedendogli di chiamare una eventuale figlia Mariam, proprio come lei. Il suo lascito si unisce a quello di molti altri giornalisti che, nonostante il pericolo, continuano a cercare di portare alla luce la verità in situazioni di conflitto.
Con la morte di Abu Dagga, il mondo dell’informazione perde una voce significativa, il cui lavoro rifletteva non solo la cruda realtà della guerra, ma anche i sogni e le speranze di una generazione colpita dalla violenza. La sua lettera diventa un simbolo della lotta per la vita in un contesto di incertezze e paure, sottolineando l’importanza della memoria e della resilienza, anche nelle circostanze più avverse.