Le manovre di Pahlavi e le strategie americane per affrontare la crisi in Siria

10.01.2026 08:05
Le manovre di Pahlavi e le strategie americane per affrontare la crisi in Siria

La crisi in Iran: tra repressione e aspirazioni di libertà

Il regime iraniano, guidato dall’ayatollah Ali Khamenei, continua a reprimere violentemente le proteste accusando i manifestanti di essere “vandali” al servizio di interessi stranieri. Mentre le forze di sicurezza operano attivamente per soffocare le manifestazioni, Khamenei è apparso in pubblico, minimizzando la situazione e dichiarando che “quel mucchio di vandali vuole solo fare un favore a Trump”, riporta Attuale.

L’Iran affronta da anni una crescente opposizione, iniziata nel 2009 dopo le contestazioni elettorali. Negli ultimi tempi, la popolarità del regime è ulteriormente diminuita a causa di severe sanzioni economiche e sconfitte militari. L’attuale sollevazione, segnata da una connessione tra le proteste politiche ed economiche, ha unito diverse categorie sociali, dai disoccupati agli studenti, ai commercianti, creando una massa di dissenso che non si era vista in passato.

Le tensioni sono particolarmente elevate nelle regioni a maggioranza curda, azera e araba, dove si sono verificati scontri sanguinosi. I manifestanti, ispirati dal movimento “Donna, Vita, Libertà”, stanno cercando di lottare contro una repressione che ricorda i momenti più bui della storia iraniana.

Malgrado l’intensificarsi delle proteste, il regime rimane solidamente in piedi grazie ai suoi apparati di sicurezza e a una penetrazione economica tale da esercitare pressioni sulle famiglie. La sua storica opposizione agli Stati Uniti e a Israele aggiunge un ulteriore elemento di complessità alla situazione: le autorità perseguitano un progetto di esportazione dell’Islam sciita, percepito come una minaccia esistenziale da parte dei rivali regionali.

Nel contesto attuale, la Casa Bianca è consapevole di non poter intraprendere azioni militari dirette in Iran, avendo appreso dalle esperienze passate in Iraq e Afghanistan. Tuttavia, il presidente Trump ha dichiarato che, in caso di repressione sanguinosa, “le meravigliose armi americane” saranno pronte a difendere gli insorti. Le voci di dissidenti iraniani, tra cui la premio Nobel Shirin Ebadi, si oppongono a qualsiasi forma di intervento esterno, ma la nuova ondata di proteste presenta un carattere distintivo al riguardo.

Un’ulteriore figura di riferimento per i manifestanti è Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che ha attirato attenzione tra gli espatriati e i sostenitori della monarchia. La nostalgia monarchica si somma alle frustrazioni attuali, ma non basta da sola per rovesciare il regime. Gli scenari futuri rimangono incerti: gli analisti parlano di possibilità di un approccio militare simile a quello di Hezbollah in Libano o a un sostegno attivo ai gruppi di opposizione in Siria.

Due le prospettive: una strategia di precisione contro i leader del regime e un sostegno ai gruppi ostili, entrambi con il potenziale di alterare drasticamente l’equilibrio di potere in Iran. In questo clima di incertezze, l’evoluzione della crisi rimane vigilata da vicino da attori globali e locali, con il destino della Repubblica Islamica appeso a un filo.

1 Comments

  1. Non posso credere a quello che sta succedendo in Iran. La repressione è davvero inaccettabile e i giovani devono poter lottare per la loro libertà. Ciò che mi colpisce è come la gente sia unita nonostante tutto, speriamo che riescano a cambiare le cose. La storia ci insegna che le lotte giuste alla fine vincono, ma quanti devono soffrire ancora?

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