Il Giorno della Memoria: Segre e Mattarella denunciano l’antisemitismo contemporaneo
Roma, 27 gennaio 2026 – “Non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria”. Le parole di Liliana Segre cadono come pietre nel Salone dei Corazzieri, squarciando il velo di ipocrisia che avvolge questo 27 gennaio. La senatrice a vita, sopravvissuta all’inferno di Auschwitz-Birkenau, punta il dito contro il tentativo di banalizzare, se non di oscurare, la Shoah. È un grido d’allarme che trasforma la celebrazione in un corpo a corpo con il presente. Oggi, spiega Segre, “si può e si deve” parlare di Gaza, dell’Ucraina o dell’Iran, ma non è accettabile che la tragedia mediorientale diventi il pretesto per una “vendetta sulle vittime di allora”, riporta Attuale.
Proprio a lei, recentemente bersaglio di contestazioni feroci, Sergio Mattarella dedica l’incipit del suo discorso davanti alle alte cariche dello Stato e ad altri due testimoni d’eccezione, Edith Bruck e Sami Modiano. Il presidente abbandona le cautele diplomatiche per scagliarsi contro la “volgarità e l’imbecillità” degli attacchi subiti dalla senatrice, definendoli espressioni di un odio che affiora “ancora pericolosamente”. Per il Colle non si tratta di semplici insulti, ma di un segnale di “alta pericolosità” che richiede una risposta “rigorosa delle autorità di tutta l’Unione Europea”.
Mattarella non concede sconti alla storia né alla cronaca. Bolla l’orrore nazista e la connivenza fascista e della monarchia, ma si spinge oltre, ricordando il “buio” dell’indifferenza che permise il crimine: un sentimento che pervase “padri e madri esemplari, cittadini irreprensibili, educatori scrupolosi, militari”. Un silenzio alimentato da un preconcetto antico, religioso e culturale, che ha fatto da catalizzatore per la tossina hitleriana. Oggi come allora, avverte il capo dello Stato, l’antisemitismo è la spia di un’intolleranza più vasta. Contro la quale lo scudo più efficace sono “la Repubblica italiana e la sua Costituzione, nate contro le ideologie disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento”.
A confermare che l’allarme del Quirinale non è retorico sono i numeri del sondaggio di Mannheimer sulla popolazione italiana, da cui emerge che il 14% degli intervistati evoca l’espulsione degli ebrei, il 17% manifesta una dichiarata ostilità verso di loro e quasi uno su tre (27%) accusa i testimoni di “esagerare” nel ricordo. Il nesso con il clima post 7 ottobre è evidente: gli episodi di antisemitismo sono quasi raddoppiati nell’ultimo anno, e le tensioni di piazza a Bologna ne sono la plastica dimostrazione. Anche la premier non nasconde la preoccupazione: “L’antisemitismo non è stato ancora definitivamente sconfitto”. Per Giorgia Meloni il Giorno della Memoria implica sempre una sorta di esame: sarà davvero antifascista? Di anno in anno, le sue posizioni diventano più taglienti e la riprovazione per le colpe della dittatura più acuminata: “Torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938”. Procede con cautela: sa che lo strappo improvviso sul fascismo “male assoluto” costò la carriera a Gianfranco Fini e sa, dati alla mano, che il suo partito ospita un 21,4% di simpatizzanti con prevenzioni antisemite (un dato superato solo dal 25% rilevato tra i sostenitori del M5S). Così, la sua è una censura netta nei testi, ma graduale nella politica.
Tanti in questa giornata hanno stigmatizzato l’orrore del nazismo. Ma Segre e Mattarella sono stati gli unici ad aver avuto il coraggio di nominare l’uovo del serpente: quel germe antico che oggi si maschera da antisionismo per tornare a colpire nel cuore delle nostre democrazie.