L’operazione statunitense in Venezuela e il nuovo punto di rottura con Mosca

09.01.2026 11:30
L’operazione statunitense in Venezuela e il nuovo punto di rottura con Mosca
L’operazione statunitense in Venezuela e il nuovo punto di rottura con Mosca

L’operazione militare condotta dagli Stati Uniti nella notte del 3 gennaio 2026 in Venezuela, finalizzata alla caduta del regime di Nicolás Maduro e al suo arresto, ha segnato un brusco deterioramento dei rapporti tra Washington e Mosca. L’azione ha avuto luogo nonostante l’accordo di partenariato strategico firmato nel 2025 tra Russia e Venezuela, evidenziando i limiti concreti dell’impegno russo a difesa di Caracas.

Di fronte all’intervento statunitense, la leadership russa ha evitato qualsiasi risposta militare diretta, limitandosi a una reazione diplomatica e verbale. Il ministero degli Esteri di Mosca ha chiesto il rilascio della coppia Maduro e il rispetto della sovranità venezuelana, senza però accompagnare tali richieste con misure operative sul terreno.

Le rivelazioni di Fiona Hill e il precedente del 2019

Il 7 gennaio 2026, Fiona Hill, già consigliera del presidente statunitense Donald Trump, ha reso pubbliche informazioni su contatti informali avvenuti nel 2019 tra alti funzionari russi e interlocutori americani. Secondo Hill, Mosca avrebbe sondato la possibilità di un accordo non ufficiale che garantisse alla Russia mano libera in Ucraina in cambio di un mancato coinvolgimento russo nella crisi venezuelana.

Pur in assenza di proposte formali, l’idea di uno scambio di sfere d’influenza sarebbe stata promossa attraverso canali mediatici russi e affiliati, con richiami alla dottrina Monroe del 1823. Hill ha precisato di essere stata inviata a Mosca nell’aprile 2019 proprio per respingere in modo netto qualsiasi ipotesi di baratto geopolitico, chiarendo che l’Ucraina non sarebbe mai stata oggetto di negoziazione.

La dottrina statunitense e la reazione silenziosa del Cremlino

Dopo la rimozione di Maduro dal potere, il presidente Trump ha dichiarato che Washington ha superato i confini della tradizionale dottrina Monroe, definendo ironicamente il nuovo corso come “dottrina Donroe”. Analisti occidentali interpretano l’operazione in Venezuela come una dimostrazione della volontà degli Stati Uniti di riaffermare il proprio predominio strategico nell’emisfero occidentale, in linea con la rinnovata strategia di sicurezza nazionale.

Dal lato russo, l’assenza di una risposta concreta ha alimentato una narrazione alternativa nei media filogovernativi, secondo cui l’azione americana confermerebbe una tacita accettazione di una divisione del mondo in sfere di influenza. Questa lettura, tuttavia, non trova riscontro nelle dichiarazioni ufficiali statunitensi né nelle dinamiche operative successive.

Il sequestro del tanker russo e il messaggio di forza di Washington

Un ulteriore elemento di tensione è emerso con il sequestro, il 7 gennaio 2026, di una petroliera russa da parte della Guardia Costiera statunitense nel Nord Atlantico, al termine di un inseguimento durato due settimane. La nave, coinvolta nelle operazioni di elusione delle sanzioni, aveva cambiato nome e bandiera nel tentativo di evitare la cattura, mentre unità navali russe si erano avvicinate senza però intervenire direttamente.

L’episodio ha rappresentato un chiaro segnale della disponibilità dell’amministrazione americana a ricorrere alla forza per tutelare i propri interessi strategici. Secondo fonti di sicurezza, la Marina statunitense potrebbe ora adottare un approccio più duro nei confronti del cosiddetto “shadow fleet” utilizzato da Russia e Iran per aggirare le restrizioni internazionali.

Sanzioni, Congresso e guerra dell’informazione

L’8 gennaio 2026, il senatore Lindsey Graham ha annunciato un imminente voto bipartisan al Congresso su un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il disegno di legge, elaborato insieme ad altri legislatori di entrambi i partiti, mira a colpire anche i Paesi che continuano ad acquistare energia russa a prezzi scontati, rafforzando indirettamente la capacità bellica di Mosca.

La crescente pressione statunitense ha suscitato irritazione negli ambienti russi, accompagnata da valutazioni sempre più critiche nei confronti del presidente Trump. In parallelo, media e canali propagandistici legati al Cremlino hanno avviato una campagna di delegittimazione contro il 47° presidente degli Stati Uniti, segnale di una crescente sfiducia di Mosca nella possibilità di ottenere condizioni favorevoli per la conclusione della guerra contro l’Ucraina.

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