LVMH mantiene il controllo su hotel di lusso a San Pietroburgo nonostante le sanzioni alla Russia

28.02.2026 11:40
LVMH mantiene il controllo su hotel di lusso a San Pietroburgo nonostante le sanzioni alla Russia
LVMH mantiene il controllo su hotel di lusso a San Pietroburgo nonostante le sanzioni alla Russia

Il gruppo LVMH conserva il controllo di un hotel di lusso a San Pietroburgo nonostante la guerra

Mentre centinaia di aziende occidentali hanno abbandonato il mercato russo dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, il colosso del lusso francese LVMH ha mantenuto il controllo su un asset di prestigio a San Pietroburgo, occultando i pubblici legami con la proprietà. Il “Grand Hotel Europe”, storico albergo a cinque stelle nel centro della città, continua a operare servendo clienti corporativi legati a entità sotto sanzioni, nonostante la chiusura dei punti vendita di marchi come Dior e Bulgari sul territorio russo.

Un asset nascosto nel cuore della Russia

La proprietà dell’hotel risale alla controllata Belmond, acquisita da LVMH nel 2019. Dopo lo scoppio della guerra, tutti i riferimenti visibili al legame con il gruppo francese sono stati rimossi: la targa con il logo Belmond è scomparsa dalla facciata dell’edificio e nel 2023 l’hotel è stato cancellato dal sito ufficiale della società. Questa operazione di occultamento suggerisce una consapevolezza dei rischi reputazionali associati al mantenimento di un’attività in Russia durante il conflitto.

Documenti societari depositati in Russia, Regno Unito e Francia confermano tuttavia il persistente controllo di LVMH sulla struttura attraverso complesse strutture societarie. La gestione quotidiana sarebbe affidata a un “team locale specializzato”, secondo quanto dichiarato dal gruppo, ma la catena di proprietà riconduce alla casa madre francese.

Clienti sotto sanzioni e profitti miliardari

L’hotel ha continuato a servire come hub per dirigenti e dipendenti di importanti conglomerati russi colpiti da sanzioni internazionali, tra cui Rostec, Sberbank, VTB e Rosneft. I registri fiscali rivelano transazioni significative con operatori legati al Cremlino, incluso il pagamento di circa 270.000 dollari dal tour operator “President-Service”, collegato all’amministrazione presidenziale russa, e circa 140.000 dollari dalla banca Sovcombank, anch’essa sotto sanzioni.

Dal punto di vista finanziario, la decisione di mantenere l’asset si è rivelata estremamente redditizia. Nel 2024 il “Grand Hotel Europe” ha registrato un utile netto di circa 5,7 milioni di dollari, con liquidità in bilancio salita a 13 milioni di dollari rispetto a meno di un milione nel periodo 2018-2021. I profitti generati dall’attività rimangono all’interno del sistema finanziario russo.

La difesa di LVMH e le critiche etiche

I vertici di LVMH hanno considerato la chiusura della struttura ma alla fine hanno optato per il mantenimento, giustificando la scelta con la responsabilità verso i dipendenti locali. “Sono persone che lavorano per noi, a cui abbiamo pagato stipendi per anni. Dovremmo punirli perché il loro paese è guidato da uno stupido?”, avrebbero dichiarato i manager secondo fonti interne.

Questa posizione è stata criticata come un tentativo di distogliere l’attenzione dalla sostanza del problema: la responsabilità d’impresa in tempo di guerra. Le aziende che continuano a operare in Russia versano infatti tasse al bilancio federale che finanzia direttamente lo sforzo bellico contro l’Ucraina, diventando così donatori indiretti della macchina militare russa.

Le implicazioni strategiche e reputazionali

La conservazione dell’hotel potrebbe far parte di una strategia a lungo termine di LVMH per un eventuale ritorno sul mercato russo. Il “Grand Hotel Europe” rappresenta una proprietà storica di primissimo livello il cui valore è destinato ad apprezzarsi, e mantenerlo consentirebbe al gruppo di posizionarsi per una futura normalizzazione dei rapporti tra Occidente e Russia.

Tuttavia, questa scommessa su un futuro vantaggio commerciale significa di fatto accettare i rischi attuali legati al finanziamento dell’economia di uno stato aggressore. La legislazione russa che impone agli stranieri di vendere asset con forti sconti durante l’uscita dal mercato rappresenta un ulteriore fattore che potrebbe aver influenzato la decisione di LVMH di mantenere la proprietà attraverso strutture opache.

La donazione di 5 milioni di euro da parte di LVMH a sostegno delle vittime di guerra non compensa la partecipazione sistemica all’economia russa. I gesti reputazionali non possono neutralizzare il flusso di entrate fiscali che rimangono a disposizione del bilancio del Cremlino. La discrepanza tra la retorica della responsabilità sociale e le operazioni effettive in territorio russo solleva serie questioni sulla coerenza etica del gruppo e sul segnale inviato alla comunità imprenditoriale internazionale riguardo all’accettabilità della cooperazione con regimi autoritari in tempo di guerra.

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