Le nuove dichiarazioni di Medvedev: un ritorno al passato o una nuova immagine?
«A forza di giocare con il fuoco, finisce che ti bruci». Questa frase è uno dei motti preferiti di Dmitry Medvedev, il quale, durante il suo mandato come presidente della Russia, era considerato un simbolo di speranza liberale. Tuttavia, dopo la sua caduta in disgrazia, ha trovato un nuovo ruolo come una sorta di profeta dell’Apocalisse.
Medvedev ha ripetuto questa frase nel suo solito post mattutino su Telegram, in cui da quasi quattro anni rivolge un saluto all’Occidente, da lui tanto disprezzato. In oltre quindici occasioni ha menzionato la possibilità di una risposta nucleare alle presunte «provocazioni» dei leader europei e americani, evocando scenari come una Terza guerra mondiale. Con toni che suggeriscono un drammatico “moriremo tutti”, i suoi messaggi potrebbero spingere chi lo legge a riflettere seriamente sulla situazione attuale, riporta Attuale.
In Russia, questi avvertimenti non sembrano avere gran risonanza, e nemmeno noi dei media occidentali dedicavamo ai suoi proclami l’attenzione inizialmente prevista. Inizialmente, durante l’Operazione militare speciale, i suoi commenti venivano percepiti come parte del contesto allarmistico, ma con il passare del tempo è divenuto chiaro che egli rappresentava solo il rumore di fondo di un ex potente del Cremlino, ora intento a riconquistare un ruolo significativo nel panorama politico russo e a riconciliarsi con Putin, l’artefice della sua ascesa e della sua successiva caduta.
«Mi viene spesso chiesto perché i miei post siano così duri. La risposta è che li odio. Sono bastardi e imbranati. Vogliono la morte della Russia. E finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire», ha scritto Medvedev in un altro post carico di tensione, aggiungendo domande provocatorie sulla sopravvivenza dell’Ucraina come entità statale. Le sue affermazioni sul sostegno militare a Kiev sono drammatiche: «Le consegne di armi straniere ci avvicinano a un inverno nucleare». E ancora, la sua insistenza sull’«eliminazione fisica di Zelensky» rivela una retorica estremamente aggressiva.
Non sorprende che queste parole provengano da chi nel 2009 si era presentato come un sostenitore dei «valori democratici» e della creazione di una «società russa di uomini liberi» con accesso totale all’informazione. Allora era appena diventato presidente, subentrando a Putin, e suscitando grandi speranze sia in patria che all’estero. Medvedev dichiarò che «la libertà è meglio della non libertà», avviando gradualismi liberali e un famoso «Reset» delle relazioni con gli Stati Uniti, culminato con il Trattato New Start per ridurre gli arsenali nucleari.
Molti lo vedevano come un possibile successore di Putin, un leader senza un passato sovietico che avrebbe potuto integrare la Russia nei circuiti occidentali. Tuttavia, ben presto emerse che fosse solo un semplice segnaposto, un’anomalia temporanea. Medvedev, non rispettato dai silovikì, che controllano i principali strumenti del potere in Russia, vide la sua posizione erosa, e nel 2020 Putin lo estromise bruscamente dal suo ruolo nel governo, alimentando speculazioni che andavano dalla propria incapacità a problemi legati all’alcolismo.
Dopo il 16 gennaio 2020, Medvedev è diventato semplicemente vicepresidente del Consiglio di sicurezza, una carica di per sé significativa, ma soggetta al dominio di Nikolaj Patrushev, un uomo non proprio vicino a lui. Con l’inizio dell’Operazione militare speciale, per Medvedev si è presentata l’opportunità di riscattarsi, sfoggiando un’immagine «pazza» per compiacere il presidente con varie uscite contro nemici, paladini di Kiev, Biden e chiunque criticasse il Cremlino. Fino a quando, forse, qualcuno più temerario di lui non ha cominciato a portare sul serio i suoi avvertimenti. Quale sarà ora la reazione di Putin? Difficile dirlo, ma è chiaro che la situazione si sta facendo sempre più complessa in un contesto già di per sé instabile.