Meloni e la memoria storica: opportunismo politico o reale cambiamento?

28.01.2026 03:15
Meloni e la memoria storica: opportunismo politico o reale cambiamento?

Giovanni De Luna: “Il Giorno della Memoria è strumentalizzato dalla politica”

Roma, 28 gennaio 2026 – “Il Giorno della Memoria appartiene più all’uso pubblico della storia che alla storia reale: è una grande arena in cui si combatte in nome del passato, ma con obiettivi tutti nel presente. Come sta facendo anche Meloni con le sue dichiarazioni sulla Shoah”. Per lo storico Giovanni De Luna, la condanna della premier sul ruolo del regime fascista nell’Olocausto non rappresenta una svolta. “La presidente del Consiglio si muove con molto senso di opportunismo, guardando allo scacchiere internazionale e a Israele. Questa sua mossa mi pare più una tattica per incassare consenso elettorale e il plauso di Israele”, riporta Attuale.

Professore, cosa servirebbe per una svolta radicale?

“Una svolta radicale non è legata ai percorsi del ricordo, ma a quelli della Storia. E la Storia ha bisogno di tempo per sedimentarsi. Stiamo vivendo la fine dell’Era del testimone: ora che gli ultimi sopravvissuti di Auschwitz stanno scomparendo, quel faro si sta affievolendo. Il mondo sta cambiando radicalmente, le vecchie gerarchie geopolitiche sono in discussione e questo influenza anche la memoria. Abbiamo bisogno di una nuova narrazione, che si affidi più alla storia che alla memoria”.

Cosa manca alla destra italiana per chiudere definitivamente i conti con il passato?

“Non ha senso chiederlo. Non vogliono togliere la fiamma dal simbolo di Fratelli d’Italia e perché dovrebbero? Il camuffamento è peggio della verità. Nel loro “albo d’oro” la Repubblica di Salò non è mai stata cancellata. Per loro è l’epopea finale del fascismo. Il problema è che più la ricerca storica va avanti e racconta le malefatte di Salò, comprese le donne fasciste aguzzine quanto gli uomini, più loro faticano a recepire. C’è una sordità di fondo”.

Anni fa Gianfranco Fini definì il fascismo “male assoluto”. Quello di Meloni di oggi è un passo avanti?

“No. Le mosse di Meloni sono dettate dal presente: è un’occasione per rafforzare la presa sui moderati. Ma i fascisti sono sempre lì. Mussolini stesso, quando salì al potere, consigliò ai camerati di calmarsi. Meloni fa un’operazione simile. Non avremo mai da lei una pronuncia netta come quella di Fini, perché sarebbe rinnegare le radici e l’identità profonda della sua base”.

Molti italiani pensano ancora che “Mussolini ha fatto anche cose buone” e che l’unico errore siano state le leggi razziali e l’alleanza con Hitler. Le parole di oggi intaccano questa idea?

“No, la rafforzano. Perché la sua non è mai una presa di distanza totale. Alimenta quel discorso che rimprovera a Mussolini solo le leggi razziali e l’alleanza con Hitler, salvando il resto. Ma il fascismo non è solo quello. È una macchina complessa di modernità e tradizione, di controllo capillare e mitizzazione del Capo. Fa troppo comodo appiattire tutto sulla fine. Per vent’anni in questo Paese non c’è stata libertà e nessuno vuole ricordarlo. Il mito degli “italiani brava gente” prevale ancora”.

Ogni 27 gennaio, 10 febbraio e 25 aprile in Italia scoppia una rissa politica sulla storia. Quando smetteremo di litigare sul nostro passato?

“Mai, perché fa parte dell’uso pubblico della storia. Bisogna imparare a convivere con le fratture, come hanno fatto i francesi con la Vandea, l’affare Dreyfus o Pétain. Ci sono ritualità che si ripetono. L’Europa stessa nasce dalla consapevolezza delle ferite comuni, dalle trincee della Prima guerra mondiale. Il desiderio di pace nasce lì. Ma il mondo di oggi è pieno di paradossi che non ci aspettavamo, come il genocidio in atto a Gaza. L’equiparazione tra antisemitismo e critica allo Stato di Israele è demenziale, ed è una differenza radicale su cui bisognerebbe riflettere. Il Giorno della Memoria è l’occasione perfetta”.

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