Meloni: il governo prosegue con determinazione, no a rimpasti e dimissioni

10.04.2026 00:15
Meloni: il governo prosegue con determinazione, no a rimpasti e dimissioni

Giorgia Meloni si ripresenta in Parlamento: “Vietato guardarsi indietro”

Roma, 9 aprile 2026 – Fine della quarantena. Dopo la lunga eclissi seguita alla disfatta referendaria, Giorgia Meloni si ripresenta in Parlamento con un imperativo categorico: vietato guardarsi indietro. “Non sono qui per parlare di quello che è stato fatto”. L’elefante nell’Aula viene archiviato a tempo di record, con una scrollata di spalle: “Rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, resta il rammarico per l’occasione perduta”. Non che sul futuro la premier si addentri in dettagli. In due ore di monologo quasi fotocopia tra Camera e Senato non va oltre l’elenco dei successi, obiettivi noti (il Piano casa e il lavoro povero), pii desideri (sforbiciare le liste d’attesa nella sanità) e la promessa che sulla sicurezza “si deve fare di più”, pronunciata con il ministro dell’Interno Piantedosi al suo fianco. L’obiettivo è uno: “Sgomberare il campo da fantasiose ricostruzioni”, riporta Attuale.

Il messaggio è netto: non è cambiato niente. Gli italiani sappiano che il governo c’è, “determinato a fare del suo meglio fino all’ultimo giorno del mandato”. Niente voto anticipato – pur tatticamente vantaggioso, “siamo troppo responsabili per far ripiombare il Paese nell’incertezza” – e nessun rimpasto o “fase 2“. L’agenda resta quella del 2022, la coalizione è coesa. “Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo”. Gli unici veri guizzi arrivano con gli affondi all’opposizione. La deride perché “si guarda bene dal chiedere le dimissioni”, ironizza sulla sua frammentazione e lancia la sfida: “Avanzate proposte serie e le valuteremo”.

Tra i “surreali teoremi” della minoranza, ce n’è uno che brucia: l’accusa di contiguità con le mafie, che ha tirato in ballo “un padre, morto, che non vedo da quando avevo 11 anni”. La premier contrattacca affidandosi alla Commissione Antimafia, invitata a fare chiarezza “sulle infiltrazioni nei partiti, compreso FdI”. Un fendente agli avversari che serve soprattutto a blindare la propria immagine da qualsiasi ombra interna. Tra il discorso della premier e le repliche del centrosinistra, la giornata parlamentare lancia un messaggio inequivocabile: è iniziata una spietata campagna elettorale lunga un anno.

Sulla giustizia Giorgia si lava le mani rivendicando la “coscienza pulita” di chi ha mantenuto la promessa elettorale. Sulle altre riforme – premierato e legge elettorale – cala un prudente silenzio. Su un punto glissare è impossibile: la postura internazionale e i rapporti con leader scomodi come Trump e Netanyahu. Meloni prova a prendere le distanze, ma procede con tale cautela da faticare ad affrancarsi. “So che continuerete a chiedermi di scegliere tra Trump e l’Europa”, anticipa, rubando lo slogan a Elly Schlein per definirsi “testardamente unitaria” nella difesa di un Occidente compatto. Alleata sì, ma non succube di Washington: l’elenco dei “no” agli Usa è puntiglioso e va da Sigonella ai dazi. Quanto a Israele, ribadisce la fermezza mostrata a difesa del Santo Sepolcro e del contingente Unifil in Libano e, fuori dall’Aula, applaude “l’avvio di negoziati diretti” tra Tel Aviv e Libano. Elogia il premier pakistano Shehbaz Sharif, decisivo nell’opera di mediazione, che sente in serata. Evita, però, i terreni più scivolosi: su Orbán, ad esempio, non perviene.

Sul fronte energetico va meglio. Qui può vantare un reale attivismo per diversificare gli approvvigionamenti, smontando le polemiche avversarie. “La politica estera non è turismo diplomatico”, contrattacca, liquidando le critiche per le recenti missioni nel Golfo mosse da chi digitava dai social trovandosi in “località esotiche” (il riferimento è al senatore democratico Francesco Boccia). La nota dolente arriva con l’economia e i ristori: servono soldi e le casse piangono. È costretta ad accontentarsi di difendere il taglio di 25 centesimi sulle accise, prorogato al primo maggio. Per fare di più serve smuovere il pachiderma europeo, agitando lo spauracchio della crisi in Medio Oriente: se la situazione dovesse precipitare “non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione del Patto di stabilità e crescita”. Nella lunga volata verso le urne, Meloni elegge Schlein a sua avversaria, ignorando il nome di Giuseppe Conte a cui riserva però gli attacchi più duri.

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