Il dramma di Matan Eshet e la sua famiglia: un appello per i prigionieri
Matan Eshet esprime la sua angoscia riguardo alla condizione di suo cugino, Evyatar David, ora prigioniero di Hamas. Secondo Matan, il video in cui appare Evyatar non gli è sembrato autentico. «Non riconosco il suo sguardo, la sua voce e persino le parole che usa», ha commentato, riferendosi al viso e al suo corpo, ormai ridotto a uno scheletro. In 667 giorni di detenzione, afferma Matan, «Hamas ha letteralmente spezzato mio cugino», riporta Attuale.
Chi è Evyatar?
«Evyatar è una persona divertente e calma, un vero e proprio psicologo del gruppo», racconta Matan, descrivendo il legame profondo che li unisce. Con solo 28 anni, Evyatar ha già affrontato molte sfide, e la sua assenza è incomprensibile per la sua famiglia. «Mi mancherà per sempre, è come un fratello per me», aggiunge Matan, evidenziando il vuoto lasciato dall’assenza di Evyatar.
Passato e sogni di Evyatar
Prima della cattura, Evyatar lavorava in un bar e sognava di diventare un produttore musicale. La sua partenza per la Thailandia era programmata per dicembre 2023, viaggio che avrebbe dovuto compiere con il suo migliore amico, anche lui prigioniero. Questo aspetto della sua vita mette in evidenza la discontinuità tra le aspirazioni giovanili e la dura realtà attuale.
L’ultimo incontro
L’ultima volta che Matan ha parlato con Evyatar è stata due settimane prima del 7 ottobre, giorno in cui la sua vita è cambiata drasticamente. Ricorda quel momento con tristezza: entrambi erano a un matrimonio e la leggerezza della conversazione ora sembra un ricordo lontano.
Le immagini del video di Hamas
Guardando il video diffuso da Hamas, Matan è sprofondato in un profondo sconforto. «Il giovane che ho visto non è mio cugino», afferma, paragonando la sua condizione a storie dell’Olocausto. Descrive i dettagli inquietanti del video, come la mano di un terrorista che offre cibo a Evyatar: «Quella mano appare enorme in confronto al suo corpo, che sembra quello di un bambino», esprimendo così la sua indignazione.
Le famiglie in lutto
I genitori di Evyatar sono distrutti dalla situazione. Matan sottolinea il peso emotivo delle testimonianze di altri prigionieri liberati, che confermano i terribili racconti di privazioni. Quanto al video, Matan suggerisce che sia una strategia per infliggere terrore psicologico: «Hamas sta cercando di utilizzare questa situazione per controllarci», afferma.
Il dolore dei civili di Gaza
Pur esprimendo comprensione per le sofferenze dei palestinesi, Matan insiste sul fatto che i prigionieri israeliani, vivi o morti, rimangono al centro dell’attenzione. Ritiene che Evyatar stia vivendo una condizione disumana, evidenziando le terribili condizioni di detenzione.
La vita in ostaggio
Matan racconta le terribili esperienze di sofferenza e umiliazione che i prigionieri subiscono, descrivendo un’esistenza caratterizzata da privazioni e brutalità. «Non possiamo smettere di lottare per i nostri cari», dice, riferendosi alle continue trattative con le autorità israeliane e internazionali, con la speranza di un cambiamento.
La paura di perdere il proprio cugino
Le paure di Matan sono amplificate dalla incertezza sul destino di Evyatar: «Temo che la sua vita possa finire in qualsiasi momento», commenta con tristezza. Sente la mancanza di un supporto adeguato dalla comunità internazionale, nonostante un iniziale appoggio mediatico.
L’appello per la liberazione degli ostaggi
«È cruciale che gli ostaggi vengano liberati e che la guerra cessi», afferma fermamente Matan. Sottolinea che, dopo tali eventi, sarà possibile discutere di pace e politica, ma persiste una necessità urgente di riconoscere le vite in gioco. La complessità del conflitto è difficile per chiunque non l’abbia vissuta, e la lotta per la sicurezza è un’esperienza continua che ha segnato le vite di molti israeliani.
Conclusione: la necessità di trovare una soluzione
In un appello accorato, Matan chiede un aiuto immediato da parte dell’America e dell’Europa: «Non abbiamo tempo da perdere. Le vite dei nostri cari sono in pericolo». La situazione precaria di Evyatar e degli altri prigionieri rappresenta una questione cruciale non solo per le famiglie direttamente coinvolte, ma per l’intera regione.