Le principali piattaforme di mobilità, rappresentate da Assosharing (Lime, Helbiz, Bird, Dott), si mostrano favorevoli all’introduzione del nuovo sistema di identificazione. Tuttavia, esprimono preoccupazioni riguardo ad altri dispositivi di sicurezza, sottolineando che potrebbero comportare costi elevati e penalizzare il settore. Ecco perché, riporta Attuale.
Nei centri urbani, stanno diventando sempre più comuni e facilmente accessibili. Bastano uno smartphone e pochi istanti per sbloccarli e iniziare a muoversi. Ci riferiamo ai monopattini elettrici in sharing, che ora si trovano al centro delle nuove normative del Codice della Strada. Maggiore è il numero di regole e controlli: questo è quanto stabilito dal ministero dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, che ha recentemente pubblicato le direttive riguardanti le specifiche tecniche del nuovo “targhino”. Quest’ultimo rappresenta un contrassegno identificativo necessario per il veicolo stesso. Si pone, dunque, la questione su come le aziende di micromobilità in sharing, come Lime, Helbiz, Bird, Dott e altre piattaforme innovative che hanno cambiato i modi di spostarsi in città, si adatteranno a tali cambiamenti.
La nuova targa, le reazioni
Le imprese del settore mostrano un’accoglienza positiva nei confronti del contrassegno: l’accettazione dell’idea di poter identificare i monopattini non crea resistenza nel comparto. «Siamo favorevoli all’idea del contrassegno», afferma Andrea Giaretta, vicepresidente di Assosharing e responsabile della micromobilità. «Nel 2022 abbiamo già affrontato significative modifiche normative, come il limite di velocità fissato a 20 km/h, il divieto di utilizzo al di fuori delle aree urbane, l’obbligo di frecce e l’aumento delle dimensioni degli pneumatici». È da sottolineare che il monitoraggio dello sharing da parte delle autorità competenti è costante, poiché tutti i mezzi dispongono di GPS, favorendo una sorveglianza continua e contribuendo a ridurre il rischio di incidenti mortali. Dunque, il targhino rappresenta un ulteriore strumento di sicurezza che si va ad aggiungere alla già esistente normativa.
Il nodo del casco
Un aspetto controverso rimane irrisolto: l’obbligo di indossare il casco. Il decreto del Mit prevede appunto l’obbligo per chi utilizza i monopattini; tuttavia, le aziende esprimono preoccupazioni significative. «Questa normativa non regge né dal punto di vista pratico né giuridico», affermano da Assosharing. Il motivo è semplice: i monopattini non presentano vani per il trasporto di oggetti, dato che la legge vieta il trasporto di qualsiasi cosa. Pertanto, il casco deve essere portato dall’utente, come chiarito anche nella circolare del Mit. Questa condizione potrebbe disincentivare gli utenti occasionali o regolari del servizio di sharing, poiché è improbabile che escano di casa portando un casco nello zaino.
Velocipedi e monopattini
La questione giuridica potrebbe risolversi equiparando i monopattini ai velocipedi, ovvero alle biciclette. Secondo l’articolo 50 del Codice della Strada, cui è soggetto il velocipede, il casco è obbligatorio solo oltre una certa soglia di velocità e potenza, rispettivamente 25 km/h e 250 watt. Giaretta suggerisce una distinzione tra monopattini sotto i 250 watt, per i quali il casco non sarebbe necessario, e quelli più potenti, per i quali scatta l’obbligo. «Questo è l aggiustamento che noi e le aziende stiamo sollecitando: chi utilizza un mezzo più potente dovrebbe indossare il casco, mentre chi predilige andare più lentamente non è tenuto a farlo».
«Vizi tecnici»
Secondo Assosharing, la normativa presenta alcuni «vizi tecnici», manifestando sin da subito delle imperfezioni. Tuttavia, per quanto riguarda l’aspetto operativo, le preoccupazioni si rivelano più limitate, soprattutto rispetto al contrassegno. «Non siamo particolarmente allarmati dal punto di vista applicativo – affermano – Alcuni comuni avevano già avanzato richieste per l’introduzione di codici identificativi sui mezzi; quindi il settore non è completamente impreparato».
I costi per le aziende
Riguardo ai costi, le aziende sono ottimiste riguardo a un impatto minimale: «Ci è stato detto che il contrassegno avrà un costo simile a quello di una marca da bollo. Ci auguriamo che così sia, altrimenti rischierebbe di trasformarsi in una tassa nascosta», sottolinea l’esperto di micromobilità, evidenziando che deve essere uno strumento di controllo e non un mezzo per fare cassa.
Armonizzare il Codice della strada
Le aziende ora chiedono al Mit di avviare un’armonizzazione del Codice della Strada. «Siamo in attesa di una revisione normativa», affermano, riferendosi a un’interrogazione presentata tre settimane fa dal sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Tullio Ferrante, relativa all’«armonizzazione dell’equiparazione tra biciclette e monopattini». Quando si parla di tempistiche, fanno sapere che Ferrante «ha garantito che è un tema su cui si sta già lavorando» e c’è fiducia in una risposta celere. Tuttavia, è probabile che se ne riparli in modo concreto solo in autunno.
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