Muore Jürgen Habermas, ultimo gigante del pensiero critico
Roma, 14 marzo 2026 – Con la scomparsa di Jürgen Habermas, avvenuta ieri a Starnberg, nel sud della Germania, a tre mesi dal compimento dei 97 anni, viene a mancare l’ultimo gigante del pensiero critico novecentesco coltivato all’Istituto di ricerca sociale di Francoforte, dove nel 1956 era stato chiamato da Theodor W. Adorno. Proprio della seconda generazione di quella Scuola era poi stato la guida intellettuale, pur divergendo in molti casi, soprattutto sul tema della ragione, dalle posizioni del suo maestro, riporta Attuale.
Nato a Düsseldorf il 18 giugno 1929, Habermas dovette affrontare una grave malformazione al palato, che richiese diverse operazioni. Questa difficoltà nel linguaggio lo portò a sviluppare la Teoria dell’agire comunicativo, titolo del suo più imponente lavoro. Per Habermas, il concetto dell’autorità è inaccettabile, giustificando così il suo costante rifiuto del potere degli “esperti”. Altrettanto inaccettabile era per lui il discorso sui valori, che scaturisce dalla soggettività culturale.
Laureatosi a Bonn nel 1954 con una tesi su Schelling, ottenne l’abilitazione all’insegnamento nel 1961 – con uno scritto che poi diventerà in Italia Storia e critica dell’opinione pubblica – avviando un’importante carriera accademica fra Morburgo, Heidelberg e Francoforte, interrompendosi dal 1971 al 1983 per dirigere, insieme a Carl Friedrich von Weizsaecker, il prestigioso Istituto Max Planck. Durante questo periodo si confrontò con l’opera di Max Weber, concludendo che filosofia e sociologia devono marciare insieme e non hanno confini nel legittimare il pensiero umano.
Le idee di Francoforte lo portarono a essere considerato da molti l’eminenza grigia del movimento studentesco, nato a metà degli anni Sessanta, sebbene fosse critico sulla “rivoluzione” che si voleva attuare, definendola “uno strumento superato dalle procedure democratiche di rappresentanza e dunque imperfetto” e sostenendo che le violenze e il radicalismo sostenuti dal leader Rudi Dutschke avessero aperto la strada al “fascismo di sinistra”. Nonostante ciò, alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, Habermas plaudì al fatto che i tedeschi fossero riusciti a prendere in mano il loro destino, definendo quell’evento una “rivoluzione della ripresa”.
L’opera di Habermas è globale: in politica ha sempre sottolineato l’importanza di un’Europa unita e forte, ritenendola un volano per il progresso e capace di opporsi ai populismi neoliberisti, “addomesticando” un capitalismo sempre più radicato nella società contemporanea. Convinto sostenitore di un progetto federale europeo, egli affermava che l’impegno pubblico fosse “il compito più importante della filosofia”. Definiva il “patriottismo costituzionale” della Germania un fattore cruciale per uscire dal nazismo – al quale aveva aderito brevemente nella Gioventù hitleriana – e auspicava una filosofia in grado di comunicare un linguaggio rinnovato.
Colpito dagli attentati dell’11 settembre 2001, le riflessioni di Habermas sulla filosofia della religione lo portarono a definire l’attuale epoca come post-secolare. La crescente dicotomia tra un “Occidente diviso” e un Islam sempre più preponderante lo rese critico nei confronti della gestione del potere. “Oggi – scriveva – il fondamentalismo islamico è anche un alibi per coprire ragioni politiche. Non dobbiamo trascurarle quando le incontriamo sotto forma di fanatismo religioso.” Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha dichiarato: “Il suo pensiero ha rinnovato la tradizione della teoria critica, ponendo al centro il valore della sfera pubblica e della razionalità comunicativa.”