Un omicidio incomprensibile: il caso di Sharon Verzeni e la follia dell’aggressore
Il 29 luglio 2024, a Milano, Moussa Sangare, 31 anni, di origine maliana, ha dato vita a un atto di violenza brutale, colpendo mortalmente Sharon Verzeni. Non si tratta di un crimine motivato da denaro, passione o ideologia, bensì da un impulso cieco e indifferente. Sangare, uscito di casa con quattro coltelli, non ha avuto un bersaglio preciso, ma ha incarnato una determinazione omicida, riporta Attuale.
Investigazioni rivelano un passato di maltrattamenti e instabilità emotiva da parte di Sangare, evidenziando un profilo di aggressore che agisce per impulso. Durante la sua cattura, ha parlato di un “raptus”, un termine che non ha riscontro nell’ambito della psichiatria, suggerendo invece una pianificazione inconscia della violenza. Gli inquirenti hanno trovato in casa sua un simulacro di violenza, una sagoma da tiro al bersaglio, segno di un allenamento a un crimine che sembrava già predestinato.
Il caso di Sangare solleva interrogativi sulla natura della violenza: l’aggressore, descritto dalla criminologia come “pazzo”, agisce senza motivazioni apparenti, scegliendo il momento più adatto per colpire. In questo scenario, la vittima rappresenta un caso di violenza casuale, priva di un legame con l’aggressore, e con Sharon che si trovava semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato.
L’omicidio di Sharon Verzeni mette in luce la difficoltà di prevenire tali atti violenti. Sangare ha mostrato segnali di violenza domestica, isolamento sociale e aggressività latente, tutti segnali che avrebbero dovuto generare preoccupazione e allerta nella società. La tragedia è un doloroso promemoria: non basta evitare i pericoli apparenti per essere al sicuro. Alcuni assassini non cercano la persona, ma il brivido dell’omicidio, e in un contesto così, il destino della vittima può essere tragicamente segnato.