Tragedia al Monaldi di Napoli: il cuore di un bambino non funziona dopo prelievo anticipato
Il 23 dicembre, al Monaldi di Napoli, il cardiochirurgo Guido Oppido ha constatato che il cuore di un bambino, Domenico Caliendo, di due anni e mezzo, estratto da un contenitore termico, era irrecuperabile, riporta Attuale. Il piccolo era tragicamente annegato in una piscina comunale, ma la situazione è ulteriormente aggravata da dettaglianche emergono durante le indagini della Procura di Napoli.
Le testimonianze suggeriscono che il cuore malato di Domenico fosse già stato asportato alle 14.18, quattro minuti prima che l’ok dall’équipe di Bolzano arrivasse alle 14.22. Questo tempo inquietante ha destato interrogativi sulla validità del protocollo: perché avviare un’operazione così delicata senza la certezza visiva dell’organo donato? Sette medici sono ora indagati, tra cui Oppido e Gabriella Farina, la cardiochirurga che ha effettuato l’espianto, con l’accusa di omicidio colposo.
In sala operatoria, i medici hanno tentato invano di scongelare il cuore: dopo vari tentativi con acqua fredda, tiepida e poi calda, il cuore non ha mostrato segni di vita. Nonostante ciò, l’impianto è stato effettuato per non lasciare Domenico senza alcuna possibilità, aggravando ulteriormente la questione.
Il cuore era stato inviato dall’Alto Adige in un box termico obsoleto, privo di termostato e inadeguato secondo le linee guida. L’errore fatale consisteva nell’uso di ghiaccio secco, che ha congelato l’organo a temperature estremamente basse. L’avvocato della famiglia Caliendo, Francesco Petruzzi, sottolinea che la legge richiede la verifica della temperatura all’arrivo, ma ciò non è avvenuto.
Il 10 febbraio, un audit interno ha rivelato tensioni tra il personale del Monaldi. Un’infermiera ha accusato Oppido di aver clamped il cuore prima di ricevere l’organo, e lui ha reagito con un gesto distruttivo, esprimendo la sua frustrazione. Tuttavia, sei giorni dopo, Oppido ha rassicurato l’equipe, affermando che l’errore non era da imputare a loro e invitandoli a mantenere la calma di fronte all’indagine in corso.
In aggiunta, emergono problematiche derivanti dalle procedure a Bolzano, con ispezioni del ministero della Salute che rivelano criticità nella fase di perfusione. I conflitti comunicativi tra il team napoletano e quello austriaco, complicati dalla barriera linguistica, avrebbero potuto influenzare le decisioni critiche. La richiesta di ghiaccio per il trasporto ha nel frattempo reso evidente la confusione, con la cardiochirurga che ha confermato l’idoneità del ghiaccio secco, aggravando ulteriormente la situazione. L’avvocato Petruzzi ha tenuto a sottolineare che secondo la Procura le negligenze non risiedono a Bolzano.
È davvero una cosa incredibile, come si può arrivare a una situazione così tragica? Questi eventi mettono in luce quanto sia necessario rivedere i protocolli e garantire la sicurezza nei trapianti. Non si può fare affidamento su procedure obsolete e comunicazioni carenti. Chi paga per gli errori?