In Iran, il rischio di una guerra civile aumenta in seguito a una repressione brutale
Nasrin Sotoudeh, attivista e avvocata iraniana, ha descritto la situazione attuale in Iran, affermando che ci troviamo di fronte a un potenziale cambio di regime che potrebbe sfociare in una guerra civile. «Temo lo scoppio di un conflitto», ha dichiarato Sotoudeh, richiamando l’attenzione sulla brutalità delle repressioni da parte del governo degli ayatollah, che ha privato gli iraniani dei diritti fondamentali e ha causato una crisi umanitaria. La situazione è ulteriormente aggravata dalla mancanza di libertà di espressione e di accesso a Internet, elementi cruciali per la mobilitazione e la comunicazione. «Dopo un massacro gigantesco, tutti piangiamo un morto», ha dichiarato, evidenziando la triste realtà delle perdite umane. Sotoudeh ha anche sottolineato che le manifestazioni, inizialmente massicce, sono state represse con forza, costringendo molte persone al silenzio., riporta Attuale.
«La brutalità degli attacchi ha reso insostenibile la mia presenza nelle strade», ha affermato, sottolineando la paura che attanaglia la popolazione. Le manifestazioni, una volta floride, sono state quasi completamente soppresse e ora Internet in Iran funziona a singhiozzo, ostacolando ulteriormente la comunicazione. In merito a possibili interventi esterni, Sotoudeh ha espresso il suo scetticismo: «Se un governo viola così palesemente i diritti umani, la comunità internazionale ha la responsabilità di intervenire, ma tale azione deve essere fatta in modo coerente con il diritto internazionale», ha detto. La questione degli interventi umanitari appare complicata, poiché Sotoudeh ha avvertito che tali interventi non devono sempre tradursi in azioni militari.
Concludendo, ha espresso la sua preoccupazione per le esecuzioni e le violazioni dei diritti umani che colpiscono in particolare le persone innocenti, dichiarando: «Non fate sì che non si parli più di noi». I timori di Sotoudeh riguardano non solo il suo personale senso di sicurezza, ma anche il futuro dell’intera nazione. «La normalizzazione della criminalità è la cosa peggiore che può accadere», ha avvertito, evidenziando i pericoli di un regime che non affronta le sue responsabilità.
Infine, riguardo alla sua famiglia e alle difficoltà di contatto con il marito Reza Khandan, ancora detenuto, ha raccontato delle sue continue visite e delle restrizioni imposte, simbolo dell’ingiustizia sistematica del regime attuale, che continua a negare fondamentali diritti umani e libertà civili ai propri cittadini.