Oltre le aule di giustizia: i genitori della vittima e il silenzio dell’assassino

03.07.2025 06:25
Oltre le aule di giustizia: i genitori della vittima e il silenzio dell'assassino

Il silenzio inquietante di Alberto Stasi

“Non ci ha mai detto che non era stato lui”. Questa è una delle dichiarazioni rilasciate dai genitori di Chiara Poggi a Selvaggia Lucarelli, e rappresenta probabilmente l’elemento più angosciante di tutta la vicenda, più di ogni sentenza o perizia emersa in diciotto anni. Perché racchiude in modo crudo ciò che è rimasto irrisolto: Alberto Stasi, che li accompagnava al cimitero e si fermava accanto a loro sulla tomba di Chiara, non ha mai avvertito il bisogno di affermare “non sono stato io”, riporta Attuale.

Questo contrasto tra ciò che i Poggi si aspettavano, ovvero una frase che potesse liberarli almeno dall’incubo di avere accanto colui che aveva assassinato la loro figlia, e il silenzio glaciale di Stasi rappresenta il punto di rottura. Non si tratta solamente della paura di contraddirsi o di essere sottoposti a domande scomode. Non affermare “non sono stato io” implicava il non riconoscere nemmeno la legittimità di quel sospetto, non intaccando il ruolo del fidanzato afflitto che gli aveva garantito fin dall’inizio comprensione, rispetto e, per certi versi, una sorta di protezione. Parlare lo avrebbe costretto a mettersi in gioco, affrontando il rischio di scivolare su dettagli, rivelando eventuali crepe, e facendo i conti con domande a cui potrebbe non essere preparato.

In questo modo, Stasi ha potuto continuare a stare vicino ai Poggi senza mai esporsi veramente, occupando quel posto di rispetto e pietà che, almeno all’inizio, lo ha preservato da ogni forma di pressione.

Nel frattempo, i risultati preliminari dell’incidente probatorio hanno di fatto ridotto in miseria la scena scientifica. I fogli di acetato non hanno restituito alcun profilo genetico utile: il DNA è risultato troppo scarso o degradato per qualsiasi comparazione.

L’impronta 10, rinvenuta vicino alla porta d’ingresso, non è attribuibile. L’impronta 33, che per la Procura sarebbe di Sempio, non esiste più, cancellata insieme all’intonaco che la conteneva. Resta soltanto quanto si sapeva fin dall’inizio: il DNA di Stasi e di Chiara rinvenuto nella spazzatura e sugli oggetti in quella casa.

Un dato scontato per una coppia di fidanzati, ma che, in assenza di altre prove biologiche, diventa l’unico punto di riferimento solido, quasi un diario di bordo involontario dell’assassino. Il paradosso più crudele di questa situazione è proprio qui. Se un laboratorio può anche arrendersi a un campione che non c’è, un genitore che fissa negli occhi colui che potrebbe aver ucciso sua figlia e non riceve nemmeno una parola che potrebbe alleviare il suo sospetto, questa immagine rimane indimenticabile. Oggi, anche il vuoto lasciato dalle tracce riporta tutto lì, a quell’unica presenza rimasta al centro: Stasi e un silenzio che esprime più di qualsiasi confessione.

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