Perché Trump rifiuta di seguire l’Europa sul prezzo massimo del petrolio russo

13.11.2025 11:05

Il Segretario al Tesoro USA chiede dazi sul commercio con India e Cina per ridurre il petrolio russo

Durante i recenti incontri del G7 finanziario, il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha sollecitato l’imposizione di dazi del 50% sulle merci che provengono da India e Cina, affermando che tali misure potrebbero contribuire a rallentare il traffico di petrolio russo. Questa richiesta è stata ritenuta surreale dai suoi interlocutori, specialmente in un momento in cui l’amministrazione di Donald Trump ha deciso di abbassare le tariffe doganali su questi import, riporta Attuale.

L’Unione Europea, però, non ha intenzione di seguire la proposta di Bessent, poiché i Paesi membri non vogliono compromettere le loro relazioni commerciali con Cina e India. Fonti informali europee hanno affermato che il vero problema del mercato energetico è altrove.

Dal 5 dicembre 2022, il G7 ha introdotto un limite massimo al prezzo del petrolio russo, fissato a 60 dollari al barile. Questo meccanismo, definito «price cap», mira a ridurre i ricavi russi dall’export di petrolio, che rappresenta circa il 50% del bilancio della Russia. I Paesi che aderiscono a questo accordo non devono fornire i loro porti o servizi bancari a navi russe cariche di petrolio venduto a un prezzo superiore al limite stabilito. Tuttavia, le restrizioni hanno ottenuto solo risultati parziali, poiché il Cremlino può contare sull’aiuto di altri Stati attraverso le cosiddette «flotte ombra», che operano in gran parte con la Cina, principale importatore di petrolio russo.

Il «price cap» è considerato un provvedimento utile, ma per essere realmente efficace necessita di un’adeguata sintonizzazione con le dinamiche di mercato. Negli ultimi mesi, il prezzo del petrolio russo è sceso ripetutamente al di sotto della soglia dei 60 dollari. Il 18 luglio, l’Unione Europea ha quindi deciso di modificare il limite, abbassandolo a 47,6 dollari, ovvero circa il 15% in meno rispetto al valore medio di mercato. Questa mossa è stata seguita da altri Paesi, come Regno Unito, Norvegia, Svizzera, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Giappone, escludendo però gli Stati Uniti.

La riluttanza dell’amministrazione Trump ad abbassare il «price cap» viene considerata da diverse diplomazie europee parallela al rifiuto di fornire missili «Tomahawk» agli ucraini, segnali di un impegno americano sempre più blando a favore della resistenza di Kiev.

1 Comment

  1. Ma dai! Che assurdità. Vorrebbe davvero che India e Cina subissero dazi così alti? Non solo rischiamo di danneggiare relazioni importanti, ma chi lo paga alla fine? Sempre noi comuni cittadini… La geopolitica non dovrebbe avere conseguenze così dirette sui rapporti commerciali.

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