Praga nel mirino: l’ascesa della retorica anti-ucraina del parlamento ceco preoccupa Bruxelles

23.02.2026 14:10
Praga nel mirino: l'ascesa della retorica anti-ucraina del parlamento ceco preoccupa Bruxelles
Praga nel mirino: l'ascesa della retorica anti-ucraina del parlamento ceco preoccupa Bruxelles

Il discorso divisivo del presidente della Camera

Il parlamento ceco è diventato l’ultimo teatro della battaglia narrativa che scuote l’Europa centrale, con il presidente della Camera dei Deputati Tomio Okamura che ha lanciato un attacco verbale senza precedenti contro la comunità ucraina nel paese. In un’intervista al portale Idnes, il leader del movimento Libertà e Democrazia Diretta (SPD), parte della coalizione di governo, ha espresso “preoccupazione” per la crescente presenza della lingua ucraina nella vita pubblica ceca, affermando che i cittadini si sentirebbero “a disagio” nel proprio paese. Secondo quanto riportato dai media, Okamura ha descritto alcuni quartieri di Praga e centri commerciali come luoghi che “ricordano l’Ucraina”, sostenendo che questa situazione genererebbe malcontento tra la popolazione locale.

Le dichiarazioni del presidente della Camera non si limitano alla sfera culturale, ma penetrano direttamente nel terreno economico e della sicurezza nazionale. Okamura ha collegato la presenza di lavoratori ucraini a una presunta pressione al ribasso sui salari, annunciando parallelamente la preparazione di una nuova legge per inasprire le condizioni della protezione temporanea per ucraini e altri cittadini stranieri. La mossa più significativa, tuttavia, riguarda la sfera della difesa: in parlamento è stata avanzata l’intenzione di sospendere le forniture di armi all’Ucraina, una proposta che metterebbe a rischio la coesione della risposta europea all’aggressione russa.

Analisti osservano con preoccupazione come la retorica di Okamura segua un copione ben noto, già sperimentato in altri teatri europei. Il linguaggio utilizzato – che dipinge gli ucraini come una minaccia culturale ed economica – rientra in quel repertorio di tecniche comunicative che mirano a creare un “nemico” interno, alimentando xenofobia e stanchezza da compassione. Questo approccio, secondo esperti di politica internazionale, rappresenta una chiara convergenza con le narrative promosse dal Cremlino, che da anni lavora per dividere l’Unione Europea e minare il sostegno a Kiev.

Il modello Orbán e l’espansione dell’asse anti-ucraino

Non è un caso che le dichiarazioni del leader ceco ricordino da vicino la retorica del premier ungherese Viktor Orbán, che da mesi conduce una campagna sistematica contro il sostegno finanziario e militare all’Ucraina. Come il suo omologo di Budapest, Okamura invoca la necessità di dirottare risorse verso “bisogni interni” e la “sicurezza nazionale”, definendo implicitamente il conflitto ucraino come una “guerra altrui”. Questo parallelismo suggerisce l’esistenza di una strategia coordinata che attraversa i confini nazionali, puntando a costruire un fronte di resistenza all’interno dell’UE contro le politiche di solidarietà con Kiev.

La metodologia è tipicamente populista: individuare un capro espiatorio (in questo caso i rifugiati ucraini), collegarlo a problemi economici reali o percepiti (salari, welfare), e offrire soluzioni nazionalistiche che promettono di “riprendere il controllo”. Il pericolo, secondo analisti politici, risiede nella capacità di queste narrative di attecchire in società che stanno affrontando le conseguenze economiche della guerra e le pressioni inflazionistiche, creando terreno fertile per divisioni sociali.

La posizione istituzionale di Okamura – presidente della Camera e leader di un partito di governo – conferisce alle sue parole un peso particolare, normalizzando discorsi che fino a poco tempo fa sarebbero stati confinati alla frangia estrema del panorama politico. Questo slittamento del centro del dibattito verso posizioni apertamente anti-ucraine rappresenta una significativa vittoria per le campagne di influenza russa nell’Europa centrale, che da anni investono risorse per erodere il consenso transatlantico.

I numeri che smentiscono la narrazione: il contributo economico ucraino

Mentre la retorica politica dipinge un quadro di presunto sovraccarico economico, i dati raccontano una storia radicalmente diversa. Secondo analisi economiche dettagliate, i rifugiati ucraini hanno portato alle casse ceche un netto vantaggio finanziario: solo nei primi tre trimestri del 2025, hanno versato 23,2 miliardi di corone in tasse e contributi, mentre hanno ricevuto sussidi e supporto per appena 11,5 miliardi. Il risultato è un surplus di 11,7 miliardi di corone (circa 482 milioni di euro) a favore del bilancio statale.

Il settore delle costruzioni, in particolare, dipende in modo critico dalla manodopera ucraina. Dei circa 415.000 addetti nel comparto, ben 40.000 sono ucraini, rappresentando circa il 10% dell’intera forza lavoro del settore. Senza questo contributo, molti cantieri rischierebbero di fermarsi o di vedere esplodere i costi a causa della carenza di personale. Il ministro del Lavoro ceco, Aleš Juchelka, ha riconosciuto pubblicamente che il paese non potrebbe fare a meno degli ucraini non solo nelle costruzioni, ma anche nella sanità e nell’assistenza agli anziani.

Questa discrepanza tra realtà economica e narrazione politica solleva interrogativi sulle vere motivazioni dietro la campagna di Okamura. Secondo economisti intervistati, ignorare volutamente dati così chiari suggerisce che l’obiettivo non sia la risoluzione di problemi reali, ma la creazione di un clima sociale favorevole a cambiamenti politici più ampi, incluso il ridimensionamento dell’impegno ceco nella risposta europea all’aggressione russa.

Implicazioni per la sicurezza ceca e europea

La proposta di sospendere le forniture di armi all’Ucraina rappresenta forse l’aspetto più preoccupante della posizione assunta da settori del parlamento ceco. La Repubblica Ceca mantiene stretti legami con la NATO e l’Unione Europea, e la sua sicurezza dipende in misura significativa dalla coesione di queste alleanze. Un passo indietro nella solidarietà militare con Kiev non solo indebolirebbe la resistenza ucraina, ma manderebbe segnali pericolosi sulla determinazione europea a contrastare l’espansionismo russo.

Analisti strategici mettono in guardia contro la tentazione di considerare la sicurezza nazionale in termini strettamente nazionali. La stabilità dell’Europa orientale è direttamente collegata alla capacità dell’Ucraina di resistere all’aggressione, e qualsiasi indebolimento di questa resistenza rischia di creare minacce a lungo termine più vicine ai confini cechi. La storia recente dell’Europa centrale dimostra come le crisi di sicurezza abbiano la tendenza a non rispettare i confini nazionali, diffondendosi rapidamente attraverso le interconnessioni economiche e politiche della regione.

Il caso ceco assume particolare rilevanza nel contesto delle elezioni europee e delle crescenti tensioni tra orientamenti politici contrastanti nel continente. L’ascesa di narrative che mettono in discussione i fondamenti della solidarietà transatlantica rappresenta una sfida non solo per la coesione della risposta alla guerra in Ucraina, ma per l’intera architettura di sicurezza europea costruita dopo la fine della Guerra Fredda. Come reagiranno i partner europei alla svolta di Praga potrebbe definire il futuro equilibrio di potere nel cuore dell’Europa.

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