Proteste in Iran contro l’inflazione e il crollo del valore della moneta locale
Martedì si sono svolte manifestazioni in Iran, il terzo giorno consecutivo di proteste contro le gravissime condizioni economiche del paese, caratterizzate da un’inflazione galoppante e dal crollo del valore del rial. Le proteste, iniziate domenica nei mercati di Teheran, sono successivamente arrivate giovedì in sei università della capitale e in altre città, con gli ormai tradizionali cori pro libertà e contro il regime, riporta Attuale.
L’inflazione in Iran si attesta quasi al 50% su base annua, con i prezzi dei generi alimentari che raggiungono il 72%. All’inizio della settimana, il rial ha segnato nuovi minimi nei confronti del dollaro, perdendo il 40% del suo valore dal giugno scorso, passando da 430.000 rial per un dollaro a 1.450.000 rial. Questa forte svalutazione ha ridotto drasticamente il potere d’acquisto degli iraniani, limitando quasi a zero gli acquisti di beni non essenziali.
La protesta è iniziata domenica quando i commercianti dei maggiori mercati tecnologici di Teheran hanno chiuso i negozi e hanno organizzato un sit-in, seguito il giorno successivo dai venditori del Grand Bazaar. Le manifestazioni di martedì hanno coinvolto le università e si sono diffuse in diverse altre città, tra cui Isfahan e Shiraz. Nonostante la presenza di polizia e forze di sicurezza, che hanno utilizzato idranti e gas lacrimogeni, gli scontri sono stati limitati, un fatto insolito per standard iraniani.
Negli ultimi anni, il regime di Teheran ha risposto con estrema violenza alle manifestazioni: durante le proteste tra il 2022 e il 2023, innescate dalla morte di Mahsa Amini, oltre 500 manifestanti furono uccisi, e migliaia furono arrestati.
La risposta del governo attuale sembra essere diversa. Il presidente Masoud Pezeshkian, esponente della fazione moderata del regime, ha dichiarato di comprendere le legittime preoccupazioni dei cittadini e ha invitato a trovare soluzioni ai problemi accumulati nel tempo. Il direttore della Banca centrale, Mohammad Reza Farzin, si è dimesso all’inizio delle proteste, sebbene i problemi economici siano ancora gravi. Nuove tasse, che entreranno in vigore a marzo, porteranno la pressione fiscale al 62% mentre il prezzo delle monete d’oro, tradizionalmente utilizzate dagli iraniani per preservare i propri risparmi, ha raggiunto un record di 1,7 miliardi di rial.
Incontri tra funzionari governativi, rappresentanti sindacali e leader degli studenti hanno cercato di coinvolgere i manifestanti nelle discussioni per affrontare la crisi, nonostante l’assenza di leader formali tra i rivoltosi. Inoltre, il governo ha annunciato la chiusura delle università in 18 delle 31 province del paese, ufficialmente per motivi di risparmio energetico, ma probabilmente anche per tentare di contenere le proteste.
Oltre alla crisi interna, l’Iran affronta pressioni internazionali significative. A sei mesi dalla guerra con Israele, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump hanno minacciato nuovi interventi militari. Le sanzioni internazionali hanno limitato la vendita di petrolio, una delle principali fonti di reddito del paese, e l’Iran sta anche affrontando una persistente crisi idrica causata dalla siccità, che ha spesso ridotto la capacità dei bacini artificiali di alimentare le centrali idroelettriche, causando frequenti interruzioni della rete elettrica.