Il 2026: un anno cruciale per il progetto politico di Giorgia Meloni
Roma, 31 dicembre 2026 – Il 2026 si apre come l’anno in cui il progetto politico di Giorgia Meloni può superare il confine tra consenso e sistema. Dopo una fase di stabilità inedita, la premier tenta di trasformare la forza elettorale in architettura istituzionale, consolidando un ordine politico che punta a rendere duratura la propria centralità. Non c’è un disegno di rottura, ma un’evoluzione controllata: la costruzione di un regime democratico fondato sulla stabilità del governo, la semplificazione delle opzioni politiche e l’idea di un equilibrio migliore tra poteri dello Stato, riporta Attuale.
Il referendum sulla giustizia, con il Sì in vantaggio nei sondaggi, rappresenta il primo banco di prova. La separazione delle carriere e la nuova composizione del Csm non sono solo una riforma tecnica: segnano il tentativo di riportare la magistratura nel perimetro della sovranità politica, concludendo il trentennio inaugurato da Tangentopoli. È il ritorno del primato della politica come architrave dello Stato.
Nella stessa logica si inserisce la possibile riforma elettorale, che punta a un proporzionale “corretto” da un premio di maggioranza. Essa sarebbe un compromesso tra rappresentanza e governabilità, la ricerca di un baricentro stabile in cui il leader diventa fattore di coesione più che espressione delle coalizioni. Una sintesi che spinge verso una democrazia d’investitura, dove l’alternanza tra leadership di segno diverso alla guida del governo può diventare la nuova regola. Sul piano internazionale, l’evoluzione della guerra in Ucraina condizionerà gli equilibri del prossimo anno. Un congelamento del conflitto rafforzerebbe la leadership di Meloni, liberando margini economici e diplomatici e consolidando il ruolo dell’Italia come mediatore tra Washington e Bruxelles. Sarebbe la conferma del realismo atlantico che caratterizza la sua linea: lealtà agli alleati europei, ma con autonomia di posizionamento e forte legame con l’America. Al contrario, una prosecuzione del conflitto riporterebbe vincoli di bilancio e fibrillazioni interne alla coalizione.
Finché non emergerà una leadership a sinistra capace di rappresentare la domanda di sviluppo e stabilità, Meloni continuerà a dominare lo spazio della normalità politica. Ma il vero test arriva ora: il potere personale garantisce efficienza, ma non di lasciare un segno duraturo. Il 2026 sarà dunque l’anno del consolidamento o del limite, in cui referendum, riforma elettorale e scenario internazionale diranno se l’Italia di Meloni cambierà le proprie istituzioni o ricadrà nella consueta precarietà del potere. Nel primo caso, Meloni avrà davvero costruito una nuova costituzione formale e materiale; nel secondo, resterà l’ennesimo fallito tentativo di razionalizzare la frammentaria politica italiana.