Referendum sulla giustizia: governo e opposizione in conflitto su date e modalità di voto

08.12.2025 05:45
Referendum sulla giustizia: governo e opposizione in conflitto su date e modalità di voto

Referendum sulla giustizia: il governo punta alla data del 15 marzo, l’opposizione insiste sulle tempistiche legali

La questione del referendum costituzionale sulla giustizia si infiamma in Italia, con la destra e la sinistra pronte a confrontarsi sui dettagli della consultazione. La maggioranza, sostenuta dal fronte del sì, auspica l’apertura delle urne tra il 1° e il 22 marzo, con il 15 marzo indicato come data preferita. Questo giorno coinciderebbe con il convegno ’Follow the Money’ in onore del giudice Giovanni Falcone, previsto a Palermo, e la destra cerca di sfruttare questa risonanza. Tuttavia, l’opposizione, supportata da una parte significativa dei magistrati, contesta questa tempistica, sostenendo che dalla pubblicazione della riforma sulla Gazzetta ufficiale (30 ottobre) debbano passare tre mesi per la raccolta delle firme necessaria. Dunque, il termine per la cassazione della data del voto non potrà essere prima del 30 gennaio.

In base ai calcoli, e tenendo conto delle festività pasquali, la consultazione non potrebbe svolgersi prima di metà aprile. La destra accusa l’opposizione di aggrapparsi ai limiti normativi, rinviando la decisione finale al presidente della Repubblica, dato che è il governo a dover emanare un decreto per fissare la data, soggetta alla ratifica del Quirinale. Gli uffici del Quirinale stanno attualmente valutando la situazione, senza aver raggiunto una delibera conclusiva. Tuttavia, numerosi esponenti della destra stimano che si potrà attendere il 31 gennaio, prevedendo che “se non verranno raccolte altre firme, il rinvio non andrà oltre il 22 marzo”.

Le posizioni dei due schieramenti si differenziano anche sulla riforma del voto degli italiani all’estero. Il fronte del sì intende modificare l’attuale sistema di voto per corrispondenza, ritenendo che crei opportunità per brogli, proponendo invece il voto fisico presso seggi allestiti in ambasciate e consolati. L’opposizione si oppone fermamente: “È inimmaginabile – dichiara il senatore Dario Parrini (Pd) – privare del diritto di voto migliaia di cittadini che vivono lontano da sedi diplomatiche”.

Giorgio Mulè (FI), vicepresidente della Camera, controbatte: “Chi vive a Trento ma risiede a Palermo non deve affrontare 600 chilometri per votare?”. Anche se Mulè si mostra disponibile a cercare una soluzione congiunta per garantire trasparenza, gli esperti avvertono che la questione del voto degli italiani all’estero è marginale, poiché il referendum non prevede un quorum e l’apporto di questa categoria è spesso esiguo. In ogni caso, questo confronto si delinea come parte di una più ampia strategia pre-elettorale. Un altro tema di discussione riguarda l’apertura delle urne per due giorni anziché per uno solo, come consuetudine. In un contesto di crescente astensionismo, nessuno intende ostacolare questa proposta. Tali questioni, sebbene importanti, non influenzeranno significativamente il dibattito fino alla fine delle festività e oltre, quando inizierà il vero confronto.

La situazione si evolve rapidamente, con entrambi i lati impegnati in manovre politiche mentre si avvicina la data del referendum, riporta Attuale.

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