Roma, 3 gennaio 2026 – La data ufficiale del referendum costituzionale sulla giustizia è fissata per il 22 e 23 marzo, dopo un cambio voluto per favorire un dialogo con le opposizioni, comunicato dal sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano a Elly Schlein e Giuseppe Conte lo scorso 29 dicembre, riporta Attuale.
Il fronte del “No” puntava ad aprile
Il fronte del “No” aveva inizialmente previsto di proporre la data per aprile. Questo ha portato a una mossa sorprendente, ovvero una raccolta firme last minute, che ha già raggiunto quasi 200mila sottoscrizioni, con l’intento di guadagnare tempo. I promotori avvertono che impugneranno il decreto di indizione al Tar se la data verrà fissata prima che la Cassazione si esprima sulla raccolta, che scade il 30 gennaio. Il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha risposto che si tratta di un’iniziativa superflua, poiché “il quesito non cambia”. Dall’altro lato, il leader M5S sostiene l’iniziativa, sottolineando l’importanza della partecipazione: “Non ci sentiamo superflui”. Tuttavia, l’incontro del Consiglio dei ministri avrà l’opportunità di confermare, quanto prima, la data di 22 e 23 marzo.
L’esito del voto condizionerà le altre riforme
Le due giornate di voto si preannunciano come decisive per la legislatura. Anche se Giorgia Meloni ha dichiarato che una vittoria del “No” non comporterebbe le sue dimissioni, l’esito del referendum avrà un forte impatto su tutte le riforme in programma, inclusa la legge elettorale. Il governo ha in mente un piano ambizioso per approvare la riforma del Rosatellum entro luglio, cercando di inserire questo processo tra il referendum e la pausa estiva, per evitare di avvicinarsi alle elezioni politiche del 2027, scenario non gradito al Colle.
Le novità della legge elettorale
Subito dopo la pausa natalizia, la maggioranza riprenderà i lavori per definire il testo da presentare alla commissione Affari costituzionali della Camera. I principi, già noti e critici per il centrosinistra, prevedono l’addio ai collegi uninominali e il ritorno al proporzionale, accompagnato da un solido premio di maggioranza per garantire il 55% dei seggi a chi supera il 40% dei voti. Sebbene ci sia un accordo di massima, ogni dettaglio rimane una questione delicata. Le preferenze, pur richieste pubblicamente, potrebbero essere sostituite da listini corti bloccati. Resta da definire se mantenere gli attuali collegi plurinominali e la possibilità di indicare il nome del premier sulla scheda, un tema controverso che potrebbe favorire Fratelli d’Italia.
Il premierato entro fine legislatura
Infine, rimane sul tavolo la questione della “madre di tutte le riforme”. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha affermato che “Giorgia non ha bisogno del premierato per governare”, aggiungendo che dovrebbe essere un atto d’amore verso l’Italia futura. All’interno della maggioranza si promette di varare questa riforma entro la fine della legislatura, rinviando la questione del referendum al prossimo mandato. Tuttavia, il testo, rimasto fermo per oltre un anno alla Camera, potrebbe subire modifiche. A seconda dell’esito del referendum, una vittoria dei “Sì” permetterebbe al governo di procedere spedito, mentre una sconfitta rischierebbe di ostacolare il pacchetto riforme in elaborazione.