Referendum sulla riforma della giustizia fissato per il 22 e 23 marzo
Le date del referendum sulla riforma della giustizia sono ufficialmente fissate per il 22 e 23 marzo, come annunciato dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante una conferenza stampa. Contestualmente, si svolgeranno anche elezioni suppletive in Veneto per i seggi della Camera vacanti lasciati dai leghisti Alberto Stefani e Massimo Bitonci. I potenziali candidati per la successione includono Giulio Centenaro e Laura Cestari. L’opposizione critica questa decisione, accusando il governo di accelerare per paura del risultato: “Così non si rispettano i cittadini”, affermano i rappresentanti del Partito Democratico, mentre i Cinque Stelle esprimono preoccupazione sul tempismo, riporta Attuale.
Tuttavia, la votazione potrebbe non avvenire come programmato. I quindici giuristi del comitato che ha avviato la raccolta firme per il referendum stanno preparando una battaglia legale. Il loro obiettivo è concludere la raccolta entro il 30 gennaio e far posticipare il voto nel rispetto delle procedure consolidate. Dopo aver informato Sergio Mattarella, i promotori si preparano a presentare un ricorso al Tar del Lazio per chiedere la sospensiva del referendum. Il presidente esprime l’intenzione di firmare il decreto di indizione entro il 17 gennaio, rispettando il termine previsto di 60 giorni dall’approvazione della Cassazione, avvenuta il 18 novembre.
Antonio Diella, presidente esecutivo del Comitato “Giusto dire No”, dichiara: “Continueremo con grande impegno la nostra campagna di informazione rivolta a tutti”. Se il Tar rifiutasse il ricorso, il comitato potrebbe ricorrere alla Corte costituzionale, sollevando conflitti di attribuzione dopo aver raggiunto le 500mila firme necessarie per diventare un “potere dello Stato”. Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha risposto con sarcasmo: “I ricorsi si presentano, bisogna vedere se saranno accolti”. Nel frattempo, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha affermato che il governo si limiti a rispettare quanto stabilito dalla legge.
La campagna referendaria è già attiva. Entrambi i fronti stanno mobilitando sostenitori, ma il comitato del “No” ha quattro motivi significativi per continuare la lotta: i sondaggi indicano ancora il “Sì” in vantaggio, sebbene il margine si sia ristretto rispetto ai mesi precedenti. I promotori sperano che tre settimane in più possano rovesciare il risultato. Inoltre, se raggiungono le 500mila firme, il comitato avrà diritto a un rimborso di un euro per ogni firma raccolta, un aspetto che potrebbe influenzare le decisioni future riguardo alla campagna. Infine, dimostrare attraverso sentenze che il governo abbia tentato di forzare le regole potrebbe diventare un punto cruciale del dibattito elettorale, spostando l’attenzione dall’argomento della riforma alle accuse contro la premier di voler esercitare il proprio potere sugli altri poteri dello Stato.