Reggio Emilia, licenziate e sostituite dal software

03.06.2025 15:28
Reggio Emilia, licenziate e sostituite dal software
Reggio Emilia, licenziate e sostituite dal software

Sono state licenziate in tronco, in stile «americano», perché sostituite da un software. È quanto denuncia la Fiom Cgil di Reggio Emilia: il fatto è avvenuto alla Interplus di Albinea, azienda che si occupa di soluzioni per mungitura, e coinvolge due dipendenti che essendo state assunte dopo il marzo 2015 erano inquadrate con il contratto a tutele crescenti introdotto con il Jobs act. Così, qualora un giudice riconoscesse l’illegittimità del licenziamento, grazie alla legge renziana non avrebbero diritto al reintegro in azienda. Alle due, una delle quali madre di un bambino appena rientrata dalla maternità, il licenziamento è stato comunicato dai manager sul posto di lavoro, chiedendo di uscire immediatamente e di non ripresentarsi il giorno successivo. «È vergognoso che la Interplus non abbia provveduto a ricollocarle in altre mansioni. Sono state considerate come oggetti obsoleti di cui liberarsi» attacca Simone Vecchi, segretario provinciale della Fiom Cgil, che oggi sarà in assemblea con i lavoratori dell’azienda e proporrà ai lavoratori uno sciopero per richiedere il ritiro del provvedimento. «Questo cinico licenziamento ci ricorda quanto sia fondamentale la partecipazione al voto l’8 e il 9 giugno, per cancellare quelle leggi ingiuste che permettono azioni selvagge di questo tipo».

L’ABOLIZIONE del Jobs act è il contenuto del primo dei cinque questi al voto tra pochi giorni. Di recente anche una delegata sindacale Cgil, Monica Demi, ha rischiato di incorrere in un licenziamento «per giusta causa», com’è definito, per la sua attività sindacale nella Biancoforno, fabbrica di prodotti dolciari vicino Pisa. Dopo aver lavorato per sei anni con contratti a termine è stata assunta a tempo indeterminato nel giugno 2015, pochi mesi dopo l’approvazione del decreto. La donna aveva avuto un colloquio con una dipendente che denunciava dei maltrattamenti da parte di un caporeparto. Quindi l’azienda ha comunicato alla rappresentante sindacale una sospensione cautelativa per grave insubordinazione, all’inizio senza specificare per quanto sarebbe dovuta rimanere a casa, poi fissata a 15 giorni: «Mi hanno tenuto così, sulla graticola. Avrebbero potuto licenziarmi per liberarsi di me, di una lavoratrice scomoda: il Jobs act lo consente» ha detto Demi.

ANCORA a Granarolo, vicino Bologna, il 12 maggio una donna è stata licenziata dalla I-Tech Industries per la seconda volta nel giro di venti giorni. Una prima lettera le era stata recapitata il 22 aprile, motivata dall’esternalizzazione della sua mansione. Reintegrata due giorni dopo perché incinta (la legge vieta licenziamenti dall’inizio della gravidanza fino al compimento del primo anno d’età del bambino), viene nuovamente licenziata dopo che il 9 maggio aveva subito un aborto spontaneo. La motivazione, ha denunciato la Fiom Cgil, sarebbe da rintracciarsi nel fatto che la donna si era avvalsa della procreazione medicalmente assistita.

SONO circa tre milioni e mezzo i lavoratori in Italia attualmente inquadrati secondo quanto previsto dal Jobs act. Il mancato reintegro in azienda può comportare un indennizzo economico, nel caso in cui dimostrasse in tribunale l’illegittimità di un licenziamento, ma non uguale per tutti. Come ha denunciato la Flai Cgil a gennaio, la Corte di cassazione ha evidenziato la disparità di trattamento nel caso di due lavoratori, impiegati con le stesse mansioni e gli stessi orari, in un’azienda di acquacoltura di Rimini. Uno assunto nel 2009, l’altro nel 2016, erano stati licenziati insieme a un collega nel 2019: l’azienda motivò la decisione con la necessità di fermare una delle due imbarcazioni in servizio per una manutenzione. Con una prima sentenza nel 2021, il tribunale di Rimini ha decretato un risarcimento pari a sei mensilità per l’uomo assunto con il contratto a tutele crescenti del Jobs act, circa 13mila euro; il secondo lavoratore, impiegato dal 2009, ha portato la battaglia legale fino in Cassazione, che nel 2025 gli ha riconosciuto il diritto al reintegro monetizzato in 27 mensilità: 61.400 euro.

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