Riforma sulla violenza sessuale in Italia: il dibattito sul passaggio dal consenso al dissenso

23.01.2026 17:15
Riforma sulla violenza sessuale in Italia: il dibattito sul passaggio dal consenso al dissenso

Un equivoco fondamentale accompagna la proposta di legge sulla violenza sessuale presentata in commissione Giustizia da Giulia Bongiorno: l’erronea convinzione che la questione si risolva esclusivamente nelle tecniche giuridiche. Tuttavia, si tratta di un tema politico e culturale, ancor prima che normativo, che coinvolge il modo in cui lo Stato definisce la libertà sessuale delle donne. Riporta Attuale.

Dal “consenso” al “dissenso”

La senatrice difende la sostituzione della parola “consenso” con “dissenso” come un ampliamento della protezione. Secondo le sue parole, ogni atto sessuale contro la volontà di una persona verrà punito, incluso quando tale volontà è inibita dalla paura. L’introduzione del reato di freezing mira a riconoscere la paralisi della vittima, spesso interpretata erroneamente nei tribunali come ambiguità o mancanza di prove.

Il reato di freezing

Il riconoscimento del freezing è di rilevante importanza; significa riconoscere il trauma e che il silenzio della vittima non deve essere considerato sempre ambiguo, ma talvolta l’unica reazione possibile. Tuttavia, mentre un vuoto viene colmato, un altro si apre: discutere di dissenso implica considerare la violenza sessuale dalla reazione della vittima, piuttosto che dall’iniziativa dell’aggressore. Ci si chiede se la donna si sia opposta, invece di interrogarsi sulla presenza di un consenso chiaro e libero.

Non è solo una questione semantica

Ciò trascende il semplice semantico. Il dissenso implica una difesa, mentre il consenso riflette una scelta. Nel primo scenario, il corpo femminile è visto come un territorio che deve resistere; nel secondo, diviene uno spazio di auto-determinazione. Questo concetto resta una soglia che il diritto italiano si limita a sfiorare.

Bongiorno rifiuta la formulazione del consenso libero e attuale approvata in Camera, sostenendo che rischierebbe di alterare le dinamiche processuali, imponendo un onere probatorio eccessivo all’imputato. Ma il dilemma persiste: fino a che punto il sistema è pronto a rimettere in discussione il proprio fulcro per affermare un principio chiaro di autodeterminazione?

L’abbassamento delle pene

Il nuovo testo prevede una riduzione delle pene per alcune forme di violenza sessuale, passando da 6-12 anni a 4-10 anni. La senatrice spiega che questa scelta è il risultato di una mediazione con le opposizioni all’interno di un testo unificato. Bongiorno afferma di aver inizialmente previsto una morfologia basata su aggravanti, ma ha poi acconsentito alla richiesta di alleggerire la sanzione in assenza di minaccia o costrizione, pur rimanendo convinta che un inasprimento generale sarebbe stato preferibile.

Il segnale politico, tuttavia, rimane problematico. In un contesto in cui la violenza di genere è strutturale e sistemica, l’abbassamento delle pene potrebbe trasmettere un messaggio contraddittorio rispetto all’obiettivo dichiarato di rafforzare la tutela delle vittime, specialmente quando la riforma intende ridefinire il perimetro della violenza sessuale.

La volontà della donna: non il punto di partenza ma un esito da accertare

La senatrice sottolinea la continuità del suo percorso, dal Codice Rosso fino ad oggi, mostrando disponibilità al confronto. Tuttavia, il dibattito in Senato rivela che il problema non è soltanto il testo legislativo, ma la visione che lo sostiene. Il freezing viene finalmente riconosciuto, ma il consenso rimane in secondo piano. La volontà della donna viene menzionata, ma deve sembrare un risultato da ricostruire, interpretare e contestualizzare.

È in questa ambivalenza che si gioca una delle sfide più difficili. Non tra maggioranza e opposizione, ma tra due concezioni di libertà sessuale: una che si misura sulla capacità di rifiutare, e una che invita il diritto a riconoscere, senza esitare, il valore di un sì chiaro, reciproco e presente.

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