Rigopiano (Farindola), 21 febbraio 2026 – Alla luce della recente sentenza d’appello bipartita, la domanda su chi ha pagato per la strage di Rigopiano, in cui il 18 gennaio 2017 persero la vita 29 persone a causa di una valanga nel resort ai piedi del Gran Sasso, necessita di una revisione. A nove anni dal disastro, tre ex dirigenti regionali sono stati condannati a un totale di sei anni, ma si attende un ulteriore ricorso alla Corte di Cassazione, mentre il procuratore capo di Pescara, Giuseppe Bellelli, aveva inizialmente richiesto 151 anni per 26 dei 30 imputati, riporta Attuale.
Rigopiano, il processo
L’indagine sul disastro di Rigopiano ha preso avvio nell’aprile 2017, e il 16 luglio si è svolta l’udienza preliminare a Pescara. Il processo ha attraversato varie città italiane e solo dopo sei anni si è giunti alla sentenza di primo grado, emessa il 23 febbraio 2023, che ha visto 25 assoluzioni e 5 condanne. Un anno dopo, il 14 febbraio 2024, il tribunale dell’Aquila ha condannato altri 8 imputati. La Cassazione, a dicembre 2024, ha trasferito i casi alla Corte d’appello di Perugia, con 10 imputati, tra cui sei ex dirigenti della Regione Abruzzo, il sindaco e un dipendente comunale. Il 11 febbraio, si è così giunti alla quarta sentenza: 3 condanne, 5 assoluzioni e 2 prescrizioni, per un totale di sei anni di pena.
L’accertamento delle responsabilità
Il lungo iter giudiziario nei sette anni dal disastro ha rivelato un sistema di rimpallo di responsabilità tra enti. Per la Corte di Cassazione, “indipendentemente da quanto emergerebbe riguardo al quadro legislativo vigente all’epoca, la cautela principale avrebbe dovuto precedere l’evento e sarebbe dovuta consistenze nell’identificazione di Rigopiano come sito a rischio valanghe, il che avrebbe comportato il divieto d’accesso o un uso controllato delle strutture”. A riguardo, si sottolinea che “tale conclusione era non solo possibile ma necessaria”, come previsto dalla legge regionale del 18 giugno 1992, n. 47.
I messaggi dei prigionieri
La vera cronaca di questo disastro è stata scritta da chi non è sopravvissuto. Telefonate, foto e messaggi WhatsApp raccontano l’agonia degli ospiti e dei lavoratori dell’hotel, inizialmente in attesa di salvezza e poi sopraffatti da panico e ansia. Un’immagine chiave mostra Silvana Angelucci, parrucchiera di Castel Frentano, che sorride nella foto inviata ai suoi figli poco prima della tragedia. Con lei erano presenti altre quattro persone, di cui solo Gianpaolo Matrone è sopravvissuto, dopo aver trascorso 62 ore tra le macerie. Paola Tomassini, il cui telefono è rimasto attivo fino alle 7:37 del 20 gennaio, ha inviato un ultimo messaggio straziante: “Vi amo a tutti, salutami mamma”.
Il podcast e il film Netflix
Nella ricerca della verità giudiziaria, il disastro ha già ispirato diverse produzioni artistiche: sono cominciate le riprese del film Netflix Valanga, mentre risale a due anni fa il podcast di Pablo Trincia, “E poi il silenzio”.