Pressione europea su Israele nonostante le divisioni interne
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO – Kaja Kallas riconosce finalmente una realtà evidente: «Gli Stati membri non sono d’accordo su come far cambiare rotta al governo israeliano», afferma l’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE da Copenaghen, sede del vertice informale dei ministri degli Esteri. Kallas osserva che «le opzioni sono chiare»: se «non hai una voce unica su questo tema, allora non abbiamo una voce unica sulla scena globale. Ed è molto problematico», riporta Attuale.
Questa dichiarazione, che potrebbe sembrare una resa al dibattito interno, riflette invece una crescente volontà di adottare sanzioni nei confronti di Israele, supportata in particolare dai Paesi nordici sotto la guida della Danimarca, attuale presidenza di turno dell’UE. Tuttavia, il progetto di sospendere l’accordo commerciale con Israele e potenzialmente limitare l’accesso ai fondi di ricerca dell’UE non ottiene il consenso necessario, a causa del veto sistematico della Germania e del supporto di Italia, Repubblica Ceca e Ungheria per la posizione di Netanyahu.
Il vertice, pur non avendo prodotto decisioni ufficiali, ha rivelato chiaramente l’umore generale. Su due questioni l’UE è unita: chiede agli Stati Uniti di consentire la partecipazione dei rappresentanti dell’Autorità nazionale palestinese all’Assemblea generale dell’Onu e critica Israele per le sue azioni che minano la prospettiva di soluzione a due stati, come ribadito dal ministro danese Lars Lokke Rasmussen.
L’Italia ha espresso soddisfazione per il consenso sulle nuove misure di sanzione, con il ministro Antonio Tajani che ha dichiarato: «Noi abbiamo dato la nostra disponibilità con la Germania a infliggere nuove sanzioni ai coloni violenti e a incrementare il numero dei sanzionati da parte dell’UE». Tajani ha anche sottolineato l’importanza degli aiuti umanitari per Gaza, affermando che «non si devono distruggere le basi di un futuro Stato palestinese».
Tuttavia, il vertice ha posto in secondo piano la questione della Gaza, con un focus maggiore sulla situazione in Ucraina. I leader hanno discusso su come implementare le sanzioni contro la Russia, ritenendo che l’unico modo per fermare la guerra sia quello di esercitare pressioni economiche e militari su Mosca. Mentre si fanno progressi sul nuovo pacchetto di sanzioni, ci sono profondi dissensi sulla questione del sequestro dei beni russi.
Kaja Kallas ha affermato che Mosca non recupererà mai i beni bloccati in Europa a meno che non compenserà l’Ucraina per i devastanti danni causati dalla guerra. Anche qui, molti Paesi, Italia compresa, hanno sollevato obiezioni. Tajani ha definito questa posizione una «scelta che politicamente ha senso, ma che rischia di diventare un boomerang», avvertendo che una mancanza di base giuridica potrebbe avvantaggiare Putin.
Intanto, si avvicina la scadenza dell’ultimatum di 14 giorni che Donald Trump ha imposto a Putin. Se non arriverà risposta dal Cremlino, a parte i bombardamenti sull’Ucraina, il meeting in Alaska sarà considerato un completo fallimento. Fonti americane segnalano frustrazione alla Casa Bianca, e i fedelissimi di Trump starebbero preparando accuse contro gli europei, definendoli fautori di un doppio gioco e responsabili del fallimento dei negoziati, per evitare che la colpa ricada su di loro.
Incredibile come l’Europa non riesca a trovare un accordo su una questione così seria… E intanto la situazione a Gaza continua a peggiorare. Forse serve davvero un po’ più di coraggio per affrontare i veri problemi, invece di discutere per ore inutilmente. E poi c’è l’Ucraina… Un vero caos.