Separazione delle carriere: approvazione al Senato e protesta dell’opposizione

23.07.2025 13:35
Separazione delle carriere: approvazione al Senato e protesta dell’opposizione

Il dibattito sulla riforma della giustizia: un passo avanti o un rischio per la democrazia?

La riforma proposta riveste un’importanza cruciale, essendo un tema dibattuto da oltre 30 anni. Anche se ci troviamo in piena estate, il Parlamento, e in particolare Palazzo Madama, dovrebbe riflettere un’entusiasmo maggiore. Ieri, invece, l’approvazione della legge di revisione costituzionale riguardante la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, insieme alla creazione di un’alta corte incaricata di valutarli e alla composizione del nuovo Consiglio superiore della magistratura, è avvenuta in un clima piuttosto fiacco. L’aula del Senato ha dato il via libera con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astenuti. Ora seguiranno le formalità di conferma da parte di entrambe le camere, e se non si raggiungerà la maggioranza dei due terzi potremmo assistere a un referendum. Da sinistra, le proteste si intensificano, con striscioni che ricordano figure come Falcone e Borsellino, capovolgendo simbolicamente la Costituzione. Al contrario, a destra si esulta: “Un passo avanti verso una giustizia più equa e trasparente”, commenta Giorgia Meloni. “Ho realizzato un’aspirazione che coltivo dal ’95”, aggiunge il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, accolto con entusiasmo dai sostenitori di Fratelli d’Italia in piazza San Luigi dei Francesi. Antonio Tajani, nel frattempo, esprime la sua soddisfazione: “Si realizza il sogno di Berlusconi, che lassù sarà soddisfatto”. Ma queste dinamiche sembrano ormai scontate e ripetitive.

Palazzo Madama ha visto momenti ben più vivaci, mentre ora l’atmosfera è dominata dalla stanchezza. Pochi dei grandi nomi erano presenti tra i relatori. Anche tra i banchi del governo, la presenza è stata ridotta; solo il guardasigilli, il ministro per i rapporti con il Parlamento e il viceministro erano presenti per la maggior parte della seduta. La situazione si è animata solo poco prima del voto, quando sono arrivati Tajani e altri ministri di Forza Italia. A suggellare il consenso del partito, il senatore Pierantonio Zanettin si è seduto nello scranno utilizzato da Berlusconi per annunciare il voto favorevole: “È un voto storico, che dedichiamo a Silvio Berlusconi”. Nonostante la mancanza di presenza di tutti i membri della Lega, Massimiliano Romeo commenta con un sorriso: “C’è il capogruppo che rappresenta gli assenti”, mentre Matteo Salvini avvisa che “Noi manteniamo gli impegni anche sulla giustizia”.

Le opposizioni si fanno sentire, salvo il leader di Azione che sostiene la riforma, indicando che “era nel nostro programma”. Carlo Calenda spiega la sua posizione, mentre Matteo Renzi, pur trovandosi teoricamente d’accordo, decide di astenersi. Il suo intervento, però, è tra i più critici, puntando il dito contro il ministro Nordio, accusato di essere subordinato ai suoi collaboratori: “Non ho battagliato contro le toghe rosse per dare più potere alle toghe brune. Questa non è una rivincita della politica sulla magistratura, ma un’operazione di potere interno”. Le tempistiche accelerate e l’assenza di emendamenti sollevano preoccupazioni sulla marginalizzazione del Parlamento, un tema ribadito dai rappresentanti dei cinquestelle e dei democratici. Roberto Scarpinato, del M5s, definisce questa riforma “una mela avvelenata”, mentre Dario Franceschini del Pd avverte: “Volete indebolire la magistratura, negando di volerlo fare. Sono atteggiamenti tipici delle destre quando vincono”. Durante il voto, i democratici mostrano la Costituzione capovolta, mentre i cinquestelle confrontano le foto di Falcone e Borsellino con quelle di Berlusconi e Licio Gelli. Sui social media, Giuseppe Conte rilancia: “Il governo Meloni realizza il sogno di Licio Gelli e della P2”. Ogni azione fa parte di un rituale già visto.

Ma come interpretare la contraddizione tra un tema così rilevante e l’apatia che ha caratterizzato il dibattito? Anche se il caldo ha la sua parte, la vera sfida non è questo voto, ma il referendum previsto per la primavera 2026. Francesco Boccia, capo dei senatori Pd, ammette: “È iniziata la campagna referendaria”. La premier, in un video, sostiene che sono necessari ulteriori due “passaggi fondamentali per completare una riforma che l’Italia aspetta da troppo tempo”. L’Associazione Nazionale Magistrati esprime preoccupazione, dichiarando che si sta cercando di ottenere “una magistratura addomesticata e subordinata”, promettendo battaglia. Il vero scontro finale tra destra e magistratura è solo rimandato, rimane da vedere come evolverà la situazione verso il referendum.

, riporta Attuale.

1 Comments

  1. La recente approvazione della riforma della giustizia segna un momento cruciale nel dibattito politico italiano, evidenziando le divisioni tra le forze in campo e il clima di apatia che ha caratterizzato le discussioni. Nonostante il sostegno entusiasta da parte della destra, le opposizioni esprimono forti preoccupazioni riguardo alla possibile erosione dell’indipendenza della magistratura. Con un referendum all’orizzonte e una campagna referendaria già avviata, il percorso della riforma si preannuncia complesso e carico di tensioni. La vera sfida rimane quindi non solo l’approvazione legislativa, ma il conseguente confronto tra diverse visioni dell’idea di giustizia e democrazia in Italia.

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