Un’importante testimonianza sui trapianti oculari in Italia
Milano, 1 marzo 2026 – “Era il 29 febbraio del 1956. Non sono solo ricordi, per me è vita”. Silvio Colagrande, settant’anni fa, ricevette in dono la cornea del beato Carlo Gnocchi quando in Italia non esisteva ancora la legge sui trapianti. Riporta Attuale.
“Era illegale”, ricorda lui, che ha ottantuno anni e oggi rivive quella storia con emozioni profonde. Don Gnocchi incaricò Cesare Galeazzi, allora direttore dell’Oftalmico di Milano: “Sei pronto a rischiare la prigione per me? Fra poche ore non ci sarò più: prendi i miei occhi e ridona la vista a uno dei miei ragazzi, ne sarei tanto felice”.
Colagrande, che all’epoca aveva undici anni e mezzo, ricorda il suo passaggio nell’oscurità a causa di un incidente, e la visita a Milano dal professor Galeazzi, dove l’idea del trapianto venne discussa. Tuttavia, la situazione legale di quel tempo costrinse a esplorare opzioni all’estero: “Bisogna portarlo in Svizzera”, diceva il professore.
Ma la questione non si fermò a quel punto. A giugno, Colagrande tornò a Roma e ci fu nuovamente la possibilità di un intervento in Svizzera, con l’aiuto della Croce Rossa italiana, che si era offerta di seguirlo. Tuttavia, nonostante le speranze, l’opzione svizzera svanì. Solo nel 1960 il direttore del collegio confidò a Colagrande che Don Carlo aveva deciso di occuparsene personalmente, affermando: “Lascia perdere tutto, ci penserò io”.
Fu così che, alla morte di Don Carlo, avvenne l’operazione a Milano. “La mattina del 29 febbraio mi svegliai la sera, tutto bendato. Dopo tre giorni il professor Galeazzi e il professor Celotti vennero a controllare le mie condizioni. Mi sbendarono e mi mostrarono le dita. Quante sono? Tre. Le vedevo. Da allora ho sempre studiato, lavorato, letto tantissimo. E pure l’occhio destro, che non è stato operato, si riprese in maniera più forte di quanto ci si aspettasse.”
Don Gnocchi ha avuto un ruolo cruciale nell’aprire la strada alle prime leggi sui trapianti in Italia. Colagrande afferma: “Sì, ha aperto una strada fondamentale. In quegli anni, a Como, una signora organizzò la ‘Banca degli Occhi’, solo per raccogliere persone pronte a donare. Oggi questa iniziativa è di vitale importanza scientifica”.
“Dopo il via libera ad altri trapianti, queste associazioni si sono unificate nell’Aido. Ho cercato nel mio piccolo di restituire quanto ho ricevuto, portando la mia testimonianza e lavorando 43 anni nella Fondazione Don Gnocchi, mantenendo lo spirito di solidarietà verso chi ha bisogno.”
Colagrande si esprime anche sui recenti eventi tragici, come il caso del piccolo Domenico, che hanno riacceso il dibattito sui trapianti e le donazioni. “L’Aido ricorda che ci sono più di quattromila trapianti riusciti ogni anno, persone tornate a vivere. Non ha senso dire: se finisce così, che senso ha donare. La donazione è un gesto di solidarietà umana e i medici devono garantire che questa solidarietà vada a buon fine.”
Infine, riflettendo su cosa direbbe oggi il beato Gnocchi, Colagrande risponde: “Che si dovrebbe cambiare l’orientamento della visione. Don Carlo diceva sempre che ognuno di noi si doveva prendere in carico un compagno. Anche i giovani di oggi hanno bisogno di capirlo: lo sguardo verso i bisogni altrui non fa ripiegare su se stessi, è la carta che ti permette di crescere.”