La Slovacchia riprende le confische di terreni, un controverso ritorno ai “decreti Beneš”
Il governo slovacco, guidato dal populista Robert Fico, ha riaffermato la sua intenzione di confiscare terreni a centinaia di cittadini, in gran parte di origine ungherese, riattivando decreti storici risalenti al periodo postbellico. Questa manovra ha suscitato un acceso dibattito pubblico e ha portato il governo a modificare il codice penale, riducendo la libertà di espressione e punendo chiunque critichi tali provvedimenti, riporta Attuale.
Nonostante possa sembrare una semplice questione amministrativa, queste confische fanno parte di una storicità complessa, che risale all’occupazione nazista. I decreti, noti come “decreti Beneš” dal nome del presidente cecoslovacco Edvard Beneš, furono inizialmente introdotti per punire le minoranze tedesche e ungheresi, accusate di collusione con il nazismo. Dal 1938 al 1948, la Cecoslovacchia, già divisa, adottò misure punitive contro queste comunità, culminate nell’espulsione di circa 3,5 milioni di tedeschi e nella revoca della cittadinanza per molte persone di origine ungherese, delle quali circa 450mila restano oggi in Slovacchia.
Dal 2019, il governo ha iniziato a riprendere le confische di terreni, giustificando le azioni come tentativi di correggere errori amministrativi, ma molti esperti indicano che vi potrebbero essere motivi economici sottostanti. Gli espropri riguardano in gran parte aree di discendenti ungheresi situate lungo il percorso di nuove autostrade pianificate, senza alcuna compensazione per i propietari dei terreni, configurando di fatto uno stratagemma per ottenere proprietà a costo zero.
Negli ultimi cinque anni, il governo ha espropriato circa 10 chilometri quadrati di terreno. La questione ha attirato l’attenzione della comunità internazionale e di gruppi di opposizione, tra cui Slovacchia Positiva, che ha accusato Fico di attuare politiche discriminatorie. Come risposta, Fico ha introdotto leggi che puniscono con pene detentive chi critica i decreti. Questa condotta ha sollevato allarmate reazioni tra esperti legali e membri della comunità internazionale, che vedono questa legge come una violazione della libertà di espressione.
Tre intellettuali della minoranza ungherese si sono autodenunciati alle autorità in segno di protesta, innescando un’indagine da parte della polizia. Fico, al potere dal 2023, registra un crescente autoritarismo, limitando i diritti della stampa e reprimendo le opposizioni.
Attivisti come Laura Bárczi e Balázs Kovács, membri dell’associazione Köz.ügy, affermano che criticare i decreti rappresenti una sfida, poiché per molti slovacchi sono leggi che simboleggiano le fondamenta della moderna Slovacchia. Nonostante siano identificati come atti discriminatori, le leggi in questione non hanno mai suscitato un grande scandalo, nemmeno durante l’ingresso della Slovacchia nell’Unione Europea nel 2004, quando furono giudicate leggi obsolete.
Proteste sporadiche sono state organizzate, inclusa una manifestazione di Köz.ügy avvenuta lo scorso gennaio, ma si sono rivelate limitate. Gli attivisti insistono sulla necessità di aumentare la consapevolezza tra i non ungheresi, con l’obiettivo di contrastare i tentativi di Fico di limitare la libertà di espressione: «Proibire la critica della storia è tipico dei regimi illiberali, come in Russia e Cina», affermano.
La situazione ha complicato anche la posizione del primo ministro ungherese Viktor Orbán, che tradizionalmente si presenta come il difensore degli ungheresi all’estero, ma evita di criticare Fico, con cui condivide posizioni politiche anti-europee e filorusse. Con le elezioni ungheresi in avvicinamento, la questione degli espropri è stata strumentalizzata dall’opposizione per attaccare Orbán, il quale è al potere da quasi 16 anni e sta affrontando crescenti sfide alla sua leadership.