Sulla spiaggia di Tel Aviv, tra ombrelloni e l’eco dei bombardamenti di Gaza: «Non smetteremo mai di vivere»

28.09.2025 10:45
Sulla spiaggia di Tel Aviv, tra ombrelloni e l'eco dei bombardamenti di Gaza: «Non smetteremo mai di vivere»

La vita a Tel Aviv: la spiaggia tra bombardeamenti e resilienza

Dalla spiaggia di Jerusalem Beach a Tel Aviv, il contrasto tra la vita quotidiana e il rumore dei bombardamenti nella Striscia di Gaza è palpabile. I bagnanti continuano ad affollare la costa, ignorando l’eco della guerra che dura da decenni. «Qui c’è “Business as usual”? Siamo in guerra dal 1948, non potevamo certo stare in casa a piangere per 77 anni», afferma un avvocato locale, riporta Attuale.

Alle nove del mattino, i primi ombrelloni decorano la spiaggia, creando rifugi per famiglie con bambini piccoli. Mentre il personale del bar Gazoz trasmette musica, sopra le loro teste sorvola un elicottero militare, segno ineludibile della tensione attuale. La distanza da Gaza è di settanta chilometri, eppure la realtà sembra distante per molti, con i bambini gazawi che non hanno accesso a un simile lusso.

La vita continua non per cinismo, ma perché è diventata la normalità, come sottolinea Kobi, una guida turistica in pensione. «Noi sappiamo che loro sono là, ma non smettiamo di venire in spiaggia. Questo lusso da europei, la spiaggia, possiamo permettercelo perché i nostri figli stanno là a combattere per noi». Itay Talgam, celebre direttore d’orchestra, definisce la spiaggia una «agorà» dove si discute di politica e vita quotidiana.

Il conflitto ha portato a un’assuefazione tra la popolazione israeliana. Durante i dodici giorni di scambi di missili con l’Iran, le partite di beach volley sono continuate. «Cosa vuoi, che stiamo in casa a piangere per settantasette anni?», chiede un avvocato, mentre altre voci raccontano di un ritorno alla vita normale, con feste e attività che proseguono come al solito.

Non manca chi vive l’orrore del conflitto. Alcuni, infatti, ne sono profondamente toccati, come Mali Cohen, che ha perso un familiare. «Hamas ha cominciato e Hamas deve finire. Non daremo uno Stato ai terroristi», afferma con fermezza. Anche Meir Maoz, un anziano che porta con sé una bandiera israeliana, sottolinea l’importanza della difesa del paese: «Senza esercito non esistiamo, ognuno su questa spiaggia ha qualcuno laggiù».

L’esperienza di diverse comunità sull’altra sponda è altrettanto drammatica. Malgrado la distanza, le araboisraeliane di Jaffa Beach si sentono colpite: «Soffriamo per i nostri morti, ma anche per i loro», commentano due ragazze, evidenziando un legame umano che supera le divisioni politiche. In un’atmosfera di conflitto, esistono comunque momenti di solidarietà, come dimostra l’intento di scattare una foto di pace, che rappresenta la speranza in un futuro migliore.

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