Torino: una città in transizione tra turismo e robotizzazione
Torino, con una tradizione radicata di baristi e camerieri, potrebbe trovarsi a un bivio tra turismo e industrie tradizionali. La città sembra accettare l’idea che in un futuro non troppo lontano, l’umanità potrebbe non essere più necessaria, aprendo così la strada alla costruzione di uno stabilimento per robot umanoidi. Il recente modello RoBee dell’azienda brianzola Oversonic Robotics, svelato a fine luglio, presenta un’altezza di un metro e ottantaquattro centimetri e un peso di 120 chili, con una batteria che garantisce otto ore di lavoro e una capacità produttiva di cinquemila parti annuali. Come ribadito dallo storico Giuseppe Berta, la storia industriale di Torino non può essere dimenticata, ma se il cuore pulsante della città diventa la preparazione di un cappuccino da parte di un robot, ci si deve chiedere quali saranno le conseguenze.
La recente vendita di Iveco al gruppo indiano Tata ha suscitato reazioni contrastanti. Questo evento ha portato alla mente anche l’immagine di RoBee pronto a preparare un espresso macchiato. La partecipazione di John Elkann ai funerali del patriarca Tata ha sollevato interrogativi sulle dinamiche tra famiglie. Alcuni osservatori vedono in questo cambiamento un possibile tradimento, dato che dopo la siderurgia, l’automotive e l’elettronica, ora tocca ai veicoli industriali. L’impero sembra dismettere i suoi ultimi gioielli, mentre il nipote dell’Avvocato rischia di essere percepito come un amministratore fallimentare piuttosto che un leader visionario.
La narrativa di Torino sembra ripetersi: territori industriali si trasformano e giungono cambiamenti radicali. Al centro dell’attenzione rimane la questione ancestrale del lavoro. Se anche l’industria continua a diminuire, ci si può abituare all’idea di un barista robot. In un gioco simile a quello del Monopoli, Iveco rappresenterebbe il Parco della Vittoria: con 19 stabilimenti e 36mila dipendenti a livello globale, di cui 14mila in Italia, ha una lunga storia legata alla tecnologia e all’innovazione. Negli storici impianti Fiat Stura, dove l’innovazione era all’ordine del giorno, ora si percepisce un’atmosfera di stagnazione. Stellantis sembra determinata a prendere decisioni strategiche, a scapito delle comunità che facevano affidamento sulle promesse di una grande azienda. Oggi, critica e rassegnazione sembrano predominarvi, anche per chi, come Giorgio Garuzzo, ex amministratore delegato di Iveco, ritiene che l’acquisizione indiana segni un passaggio drammatico per l’industria italiana.
Le preoccupazioni per i giovani si intensificano: “Tutti impiegati nel turismo?” si chiede l’ex dirigente in un’intervista. Secondo lui, non si può continuare a credere che l’industria del turismo possa sostituire il lavoro industriale. É evidente che in Italia mancano settori vitali e che anche i grandi alberghi vengono svenduti a gruppi stranieri, senza una compagnia aerea nazionale. Tra queste incertezze, la produzione a Mirafiori resiste. Tuttavia, l’idea di vivere di sussidi diventa una realtà triste; tempo addietro, Mirafiori produceva 600mila auto con 70mila operai. Adesso, con una produzione ridotta, i numeri parlano chiaro: 35mila vetture e 3mila operai in carrozzeria.
Non tutto è negativo: istituzioni come il Politecnico di Torino continuano a prosperare, sebbene molti ingegneri decidano di lasciare la città per cercare opportunità migliori altrove. Torino ha visto calare drasticamente la sua popolazione, da un milione e duecentomila abitanti negli anni Settanta a circa 853mila oggi. Un tentativo di ottimismo viene dal settore della difesa e dell’aerospazio, dopo che la parte militare di Iveco è stata ceduta a Leonardo. Il sindacato CGIL di Torino è chiaro: proteggere il lavoro significa salvaguardare la produzione industriale, rifiutando la visione di una città esclusivamente rivolta al consumo e al turismo. Con il futuro incerto e il dibattito sulla transizione ecologica, Torino potrebbe trovarsi ad abbracciare nuove vocazioni belliche, mentre i robot attendono di prendere il posto degli operai. Nel frattempo, sia a Torino che nel resto del Piemonte, la domanda di baristi e camerieri è alta, ma l’offerta sembra impossibile da soddisfare.
, riporta Attuale.