L’isolamento e le dure condizioni di detenzione all’interno del carcere di Evin, conosciuto anche come “Università” per l’elevato numero di intellettuali e dissidenti rinchiusi, sono stati descritti in un report di Human Rights Watch. Secondo le testimonianze, le prime ore di detenzione possono risultare estremamente difficili: «Non sei mai stato così vicino ai muri in vita tua. Non vuoi sederti, perché è gesso e non sei abituato a sederti sul gesso…» Riporta Attuale.
All’interno di questa prigione, dove è stata detenuta anche la reporter italiana Cecilia Sala, un raid aereo israeliano ha colpito l’esterno. Evin, aperto nel 1972 e inizialmente gestito dalla polizia segreta Savak, è luogo di detenzione per dissidenti e filo-monarchici. Durante gli anni, ha visto la presenza di numerosi prigionieri politici, concentrando una storia di sofferenze e abusi.
Il 1988 ha segnato uno dei periodi più bui: alla fine della guerra con l’Iraq, migliaia di detenuti furono giustiziati in seguito a processi sommari. In seguito alle rivolte del 2009 legate alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, Evin divenne un punto di raccolta per i contestatori, in particolare quelli aderenti al movimento dell’Onda Verde.
Personaggi noti, come il regista Jafar Panahi e l’attivista per i diritti umani Narges Mohammadi, sono stati incarcerati in questo luogo. Tra i casi più emblematici, figura anche Nazanin Zaghari-Ratcliffe, la cittadina britannico-iraniana coinvolta in una intensa campagna internazionale per la sua liberazione.
Un altro episodio tragico si è verificato quando Alessia Piperno, una giovane romana arrestata a Teheran, è stata rinchiusa a Evin. Durante il suo periodo di detenzione, scoppiò un incendio nel carcere, attribuito a una rivolta, che causò la morte di diversi prigionieri.
All’interno della sezione 209, controllata dal ministero dell’Interno, gli abusi risultano all’ordine del giorno. I racconti di chi ha vissuto questa esperienza evidenziano un ambiente angoscioso: «La luce rimane accesa 24 ore su 24 e in ogni cella c’è solo una piccola finestra». Le conseguenze psicologiche sono devastanti; un ex detenuto ha descritto la solitudine come “tortura bianca”, un’esperienza che continua a perseguitarlo anche dopo la liberazione.
Una testimonianza rimarca la durata degli effetti dell’isolamento: «Da quando ho lasciato Evin, non sono più riuscito a dormire senza sonniferi… Ogni porta che ti viene chiusa, ti colpisce». Queste parole sottolineano la gravità della situazione all’interno del carcere di Evin, un luogo che continua a rappresentare una ferita aperta per i diritti umani in Iran.