Alla vigilia delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026, Viktor Orbán affronta la fase politicamente più delicata degli ultimi sedici anni. Inflazione elevata, stagnazione economica e una crescente marginalizzazione all’interno dell’Unione europea hanno eroso il controllo del premier sul dibattito interno, aprendo spazi a un’opposizione più strutturata e competitiva.
In questo contesto, il sostegno pubblico del presidente degli Stati Uniti Donald Trump viene utilizzato come strumento di sopravvivenza politica. Orbán cerca di presentarlo come prova della propria rilevanza internazionale, inviando agli elettori il messaggio che Budapest non sarebbe isolata, ma parte di un futuro asse conservatore globale. La narrativa mira a compensare la perdita di credibilità europea con un’immagine di forza esterna.
Questa strategia, tuttavia, si fonda su una rappresentazione distorta della realtà. Il legame con Trump non colma l’isolamento dell’Ungheria nell’UE né attenua le pressioni su Stato di diritto e governance economica. Serve piuttosto a mobilitare l’elettorato più radicale, mentre lascia scoperti i segmenti moderati, sempre più sensibili ai costi concreti della rottura con Bruxelles.
Isolamento europeo e bluff finanziario
Dopo il congelamento di miliardi di euro di fondi europei per violazioni delle norme democratiche, Orbán ha intensificato l’uso della politica estera come arma elettorale. Il messaggio implicito a Bruxelles è che l’Ungheria disporrebbe di un canale privilegiato con Washington, capace di compensare le sanzioni finanziarie europee e di riequilibrare i rapporti di forza.
In questa cornice si inserisce la narrativa di un presunto “scudo finanziario” statunitense da 20 miliardi di dollari, presentato come garanzia per i mercati e le élite economiche ungheresi. L’ipotesi, tuttavia, è stata smentita dallo stesso Trump, rivelando il carattere speculativo e rischioso dell’operazione comunicativa del governo di Budapest.
L’uso di promesse esterne al posto di riforme interne accentua l’incertezza economica. In assenza di misure credibili contro la corruzione e per il rilancio della crescita, il ricorso a un presunto sostegno americano appare come un azzardo che può minare ulteriormente la fiducia degli investitori e aggravare la vulnerabilità finanziaria del Paese.
Una scommessa elettorale ad alto rischio
Piuttosto che proporre soluzioni strutturali, Orbán sta tentando di “importare” in Ungheria una identità politica statunitense, trasformando la campagna in uno scontro simbolico a favore di un presunto “ordine globale di Trump”. La politica estera diventa così una moneta elettorale, con la sicurezza dell’Europa orientale utilizzata come sfondo retorico per rafforzare l’immagine del leader.
Questa scelta comporta rischi evidenti. L’esperienza elettorale statunitense mostra che l’appoggio esplicito di Trump spesso mobilita non solo sostenitori, ma anche un ampio fronte di oppositori. In un Paese dove la maggioranza della popolazione sostiene l’appartenenza all’UE, uno scontro frontale con Bruxelles può alienare l’elettorato moderato.
Per Orbán, la posta in gioco è esistenziale. Una sconfitta contro Péter Magyar segnerebbe il collasso del modello di “democrazia illiberale” costruito negli anni. Presentarsi come il frontman europeo di Trump è il tentativo di mascherare un crollo di consenso senza precedenti. Ma proprio questa strategia potrebbe accelerare la perdita di sostegno e trasformare il fattore Trump da ancora di salvezza a detonatore politico.