Un mese dalla guerra in Medio Oriente: gli sviluppi del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran
È passato un mese dall’inizio della guerra in Medio Oriente, avviata il 28 febbraio con l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Quella che il presidente americano Donald Trump aveva previsto come una guerra rapida è degenerata, causando ingenti danni all’economia mondiale, riporta Attuale.
Preparazione al conflitto
Gli Stati Uniti hanno iniziato a schierare navi da guerra e mezzi militari nella regione tra gennaio e febbraio 2026, a seguito dell’operazione in Venezuela che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro. Anche in questo caso, come in Iran, la presenza militare ha avuto l’intento di forzare le negoziazioni, ma in entrambi i casi l’esito è stato un attacco diretto. Tuttavia, la mobilitazione di armi in Medio Oriente per affrontare l’Iran è stata considerevolmente più vasta, segnando la più grande presenza militare americana nella regione dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003.
Con l’attacco all’Iran, Trump sperava di replicare il successo ottenuto in Venezuela, rimuovendo la Guida Suprema Ali Khamenei e instaurando un regime favorevole agli Stati Uniti. La situazione, tuttavia, ha preso una piega inaspettata.
L’attacco
Le forze statunitensi hanno attaccato l’Iran nelle prime ore del 28 febbraio, coinvolgendo anche Israele. Sebbene Trump fosse il principale attore visibile dell’operazione, il ruolo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha suscitato controversie, con accuse che indicano il suo impulso all’attacco. Finora, il conflitto ha visto unicamente bombardamenti aerei, con risultati devastanti per il territorio iraniano, rimanendo sostanzialmente privo di resistenza. Israele ha assassinato Ali Khamenei durante i raid iniziali, proseguendo poi con l’eliminazione di altri leader del regime nell’ambito di quella che è stata definita la “strategia della decapitazione”. Trump ha espresso il suo disappunto per questa scelta strategica, poiché il suo obiettivo era negoziare con un membro del regime disposto a collaborare. Tuttavia, ha dichiarato: «quasi tutti quelli che avevamo considerato ora sono morti».
Fin dall’inizio, è emersa una chiara divergenza tra gli obiettivi strategici degli Stati Uniti e quelli di Israele. Mentre Trump desiderava un esito rapido, Netanyahu mirava a indebolire il regime iraniano, preferendo un conflitto prolungato anche a costo di una destabilizzazione totale.
Le forze statunitensi e iraniane hanno bombardato infrastrutture militari iraniane, mirando a caserme e basi del corpo di guardia della rivoluzione, con l’intento di indebolire il regime e provocare una ribellione popolare, finora però senza successo.
La risposta iraniana
L’Iran, prevedibilmente, ha risposto con attacchi missilistici e drone contro i paesi arabi alleati degli Stati Uniti, oltre a bloccare lo stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una parte significativa delle esportazioni petrolifere mondiali. Il regime ha dimostrato una notevole resilienza, continuando a operare anche dopo la morte dei suoi leader principali, nominando Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema.
L’Iran ha esteso le operazioni belliche colpendo anche obiettivi in paesi come Cipro e Azerbaigian, e ha bombardato basi militari, inclusi due impianti italiani in Iraq e Kuwait, tuttavia senza vittime tra le forze italiane.
Le operazioni si sono ampliate anche in Libano, dove Israele ha avviato bombardamenti contro Hezbollah, e in Iraq, dove milizie sciite sostenute dall’Iran hanno lanciato attacchi contro obiettivi internazionali.
Crisis energetica globale
Il conflitto ha innescato una crisi energetica senza precedenti, con i paesi arabi del Golfo che hanno ridotto la produzione petrolifera e l’Iran che ha bloccato la navigazione nello stretto di Hormuz. Questo ha portato a un aumento globale dei prezzi dell’energia, con il rischio che la crisi energetica si trasformi in un collasso economico.
In risposta, Trump ha tentato di organizzare una missione militare per garantire la sicurezza delle rotte commerciali, trovando però resistenza da parte degli alleati della NATO, inquieti per i rischi associati.
Possibili scenari futuri
Negli Stati Uniti ci sono ora due principali offerte: cercare un accordo diplomatico per porre fine alla guerra, mantenendo il regime iraniano, oppure intraprendere una nuova escalation militare. Quest’ultima includerebbe operazioni di terra, con l’invio di nuovi contingenti militari specializzati in operazioni anfibie.
Il regime iraniano ha già promesso una risposta severa a qualsiasi attacco di terra, intensificando possibili bombardamenti contro alleati degli Stati Uniti nella regione. La situazione rimane altamente instabile, con poche prospettive di risoluzione imminente.