L’Ungheria entra nella fase decisiva in vista delle elezioni parlamentari del 12 aprile. Il confronto principale oppone il partito di governo Fidesz, guidato da Viktor Orbán, al nuovo sfidante Péter Magyar, che in pochi mesi è riuscito a imporsi come alternativa credibile al premier in carica da lungo tempo. Tuttavia, la posta in gioco va oltre lo scontro tra programmi e leadership: la questione centrale riguarda chi definisce e controlla le regole del processo elettorale.
Nel dibattito pubblico si ribadisce spesso che in Ungheria si tengono ancora elezioni formalmente libere. Questo è corretto sotto il profilo procedurale. Negli ultimi anni, però, l’assetto istituzionale incaricato di organizzare e supervisionare il voto ha subito trasformazioni profonde, suscitando interrogativi crescenti sia a livello interno sia presso osservatori internazionali.
Un ruolo determinante è svolto dall’Ufficio Elettorale Nazionale (Nemzeti Választási Iroda – NVI), responsabile dei registri degli elettori, della logistica del voto, dei sistemi informatici e dell’elaborazione tecnica dei risultati. Pur essendo formalmente neutrale, l’organo opera in un contesto politico fortemente polarizzato. Alla sua guida vi è Attila Nagy, nominato nel 2020 per un mandato di nove anni e in precedenza viceministro della Giustizia. La durata dell’incarico e i legami con l’esecutivo hanno alimentato critiche circa l’effettiva indipendenza dell’istituzione.
Tra i temi più controversi figura la gestione dei registri elettorali. Negli anni passati sono emerse accuse di cosiddetto “turismo elettorale”, ossia la registrazione di elettori presso indirizzi in cui non risiedono effettivamente, soprattutto nelle aree di confine. Sebbene l’ufficio abbia agito nel quadro normativo vigente, va considerato che tale normativa è stata definita da un parlamento dominato da Fidesz, riducendo il potenziale ruolo di contrappeso dell’amministrazione.
Analoga attenzione riguarda la Commissione Elettorale Nazionale (Nemzeti Választási Bizottság – NVB), competente per la convalida dei risultati e l’esame dei ricorsi. Il suo presidente, Róbert Sasvári, è stato per anni legato all’area governativa come delegato di Fidesz nelle strutture elettorali. L’opposizione denuncia un approccio selettivo nella valutazione dei reclami e delle iniziative referendarie, con una maggiore severità verso proposte scomode per il governo e una reazione più contenuta rispetto a presunte violazioni da parte di soggetti vicini al potere.
Il modello ungherese non si fonda su irregolarità plateali o manipolazioni visibili al momento del voto, bensì su un processo graduale di consolidamento del controllo istituzionale. A ciò si aggiungono la concentrazione dei media, l’uso di risorse pubbliche nella comunicazione governativa e modifiche legislative che rafforzano l’effetto maggioritario. In tali condizioni, anche un voto tecnicamente corretto non assicura necessariamente parità di condizioni tra i contendenti.
Il nodo principale appare oggi l’erosione della fiducia nelle istituzioni. La legittimità democratica non dipende soltanto dal rispetto formale delle procedure, ma anche dalla percezione di imparzialità. Se questa si indebolisce, qualsiasi risultato elettorale rischia di essere accompagnato da dubbi persistenti.
Le prossime elezioni rappresenteranno quindi non solo un test per la leadership di Viktor Orbán, ma anche una verifica della resilienza istituzionale dello Stato. Per l’Europa centrale, il caso ungherese costituisce un monito: l’indipendenza delle istituzioni non si perde improvvisamente, ma attraverso trasformazioni progressive che, nel tempo, possono alterare in profondità l’equilibrio democratico.
Che disastro! Si parla di democrazia ma sembra che qui si stia solo formalizzando quello che in realtà è un controllo totale. La questione dei registri elettorali è inquietante, sembra che ogni elezione non sia più che una farsa. Se inizia a mancare la fiducia nelle istituzioni, siamo messi male…