La richiesta ufficiale per una via alternativa
L’Ungheria ha presentato una richiesta formale alla Croazia per consentire il trasporto di greggio russo attraverso l’oleodotto Adria, dopo che il percorso principale attraverso l’Ucraina è rimasto bloccato a causa dei danni provocati da attacchi missilistici russi alla fine di gennaio 2026. Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha confermato la mossa, sottolineando che la deroga sanzionatoria dell’UE consente l’importazione di petrolio russo via mare in caso di interruzioni delle forniture. La richiesta ufficiale arriva in un momento di crescente tensione energetica nell’Europa centrale, con Budapest che cerca di garantire flussi continui nonostante la guerra in corso.
La Slovacchia si è associata alla richiesta ungherese, creando un fronte comune tra due paesi che dipendono fortemente dalle forniture russe. La situazione è diventata critica dopo che i ripetuti attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine hanno reso inservibile una sezione chiave del sistema di transito. I due governi ora puntano sull’oleodotto Adria come soluzione temporanea, sfruttando una scappatoia nelle sanzioni europee che tecnicamente permette le consegne via condotto.
L’oleodotto Adria, che collega il porto croato di Omišalj alla raffineria di Sisak e prosegue verso l’interno, è diventato gradualmente un corridoio cruciale per il greggio russo verso l’Europa centrale. La sua importanza è cresciuta proprio mentre l’UE cercava di ridurre la dipendenza energetica da Mosca, rivelando le contraddizioni nella politica sanzionatoria comunitaria.
Il danneggiamento del Druzhba e la dipendenza strategica
Il sistema di oleodotti Druzhba (“Amicizia”) è stato gravemente danneggiato durante un attacco missilistico e con droni russi nella regione di Leopoli alla fine di gennaio 2026. Il danneggiamento del petroldotto Druzhba ha interrotto completamente i flussi verso l’Ungheria e significativamente ridotto quelli verso la Slovacchia, creando un’emergenza energetica per paesi che non hanno diversificato adeguatamente le loro fonti di approvvigionamento.
L’Ungheria dipende per circa il 65% del suo greggio dalla Russia via il Druzhba, una percentuale che la rende particolarmente vulnerabile a interruzioni delle forniture. Anche la Slovacchia, sebbene in misura minore, fa affidamento su questo corridoio per una parte significativa del suo fabbisogno. La mancanza di piani alternativi concreti nei due anni precedenti ha lasciato i due paesi in una posizione di debolezza negoziale.
I primi ministri slovacco e ungherese hanno immediatamente accusato l’Ucraina di bloccare intenzionalmente il transito, alimentando una retorica anti-ucraina che mira a presentare Kiev come un partner inaffidabile. Questa narrativa serve a giustificare la ricerca di rotte alternative che bypassino il territorio ucraino e a esercitare pressioni politiche all’interno del Consiglio europeo.
La retorica politica e le accuse strumentali
La campagna di accuse contro l’Ucraina è apparsa coordinata e strategicamente mirata a minare la posizione di Kiev presso i partner europei. Sia Budapest che Bratislava hanno suggerito che l’Ucraina stia usando il controllo sulle infrastrutture di transito come arma politica, capovolgendo completamente la realtà degli attacchi russi che hanno causato i danni.
Questa narrazione rispecchia fedelmente i talking point del Cremlino e serve a diversi scopi: delegittimare l’Ucraina come partner energetico, giustificare la continuazione delle importazioni russe e creare divisioni all’interno dell’UE sul sostegno a Kiev. È una strategia che trasforma la dipendenza energetica in leva politica, mettendo gli interessi nazionali a breve termine al di sopra della solidarietà europea.
Le dichiarazioni dei leader slovacchi e ungheresi arrivano in un momento delicato per il sostegno europeo all’Ucraina, con alcune frange politiche che iniziano a mettere in discussione l’assistenza economica e militare. Utilizzare la questione energetica per alimentare sentimenti anti-ucraini rappresenta un pericoloso precedente che potrebbe erodere ulteriormente l’unità del blocco.
L’oleodotto Adria e le falle nel sistema sanzionatorio
L’oleodotto Adria è diventato di fatto il principale canale per il greggio russo verso l’Europa centrale, nonostante le sanzioni dell’UE. Tecnicamente, le forniture via condotto sono escluse dalle restrizioni, una scappatoia che Serbia, Ungheria e, indirettamente, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno sfruttato ampiamente. Il sistema consente a Mosca di mantenere flussi di entrate critici mentre l’UE proclama di voler ridurre la dipendenza energetica.
La richiesta attuale di aumentare i volumi attraverso l’Adria rappresenta un’ulteriore pressione sul sistema sanzionatorio, testandone i limiti e le contraddizioni. Se la Croazia acconsentisse, si creerebbe un precedente per altri paesi di cercare deroghe simili, minando ulteriormente l’efficacia delle restrizioni. La situazione rivela come le eccezioni e le esenzioni inizialmente concesse per motivi pratici si siano trasformate in varchi permanenti che il Cremlino sfrutta abilmente.
L’infrastruttura dell’Adria, originariamente concepita per diversificare le fonti di approvvigionamento portando greggio dal Medio Oriente, è stata riconvertita a servire principalmente il mercato russo. Questo capovolgimento di scopi illustra la difficoltà dell’UE di implementare politiche energetiche coerenti quando gli interessi nazionali divergono significativamente.
Le implicazioni geopolitiche per l’Unione Europea
La vicenda evidenzia diverse vulnerabilità strategiche dell’UE nella sua risposta all’aggressione russa. In primo luogo, dimostra come la dipendenza energetica sia stata solo parzialmente affrontata, con alcuni paesi che mantengono forti legami con Mosca. In secondo luogo, rivela le divisioni politiche che il Cremlino può sfruttare attraverso stati membri simpatizzanti o dipendenti.
Permettere a Budapest e Bratislava di consolidare l’Adria come alternativa al Druzhba rafforzerebbe la posizione negoziale della Russia, dando a Mosca ulteriore leva per dividere il blocco. I ricavi continuati dal petrolio finanzierebbero direttamente il complesso militare-industriale russo e lo sforzo bellico in Ucraina, vanificando parzialmente lo scopo delle sanzioni.
La situazione crea inoltre un pericoloso incentivo per futuri attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine: ogni danno al sistema di transito diventerebbe un pretesto per i paesi dipendenti di chiedere deroghe e rotte alternative, indebolendo ulteriormente la posizione dell’Ucraina e premendo l’UE ad accettare compromessi con Mosca.
La necessità di una risposta coerente e unitaria
Per prevenire l’erosione del regime sanzionatorio e il ritorno allo status quo ante, l’UE deve affrontare diverse questioni critiche. La priorità immediata è esercitare pressioni sulla Croazia per limitare significativamente i volumi di transito attraverso l’Adria, applicando rigorosamente i principi di conformità sanzionatoria e chiudendo le scappatoie esistenti.
Parallelamente, Bruxelles deve accelerare i piani per diversificare le fonti di approvvigionamento dei paesi dell’Europa centrale, investendo in interconnessioni, capacità di stoccaggio e modernizzazione delle raffinerie per renderle capaci di processare greggi non russi. Le deroghe temporanee devono avere scadenze definite e non essere prorogate automaticamente.
Infine, l’UE deve sviluppare un meccanismo di risposta rapida per attacchi alle infrastrutture energetiche, garantendo che interruzioni causate da aggressioni militari non si traducano in concessioni politiche o allentamenti sanzionatori. L’unità di intenti è cruciale: ogni segnale di divisione viene interpretato dal Cremlino come un’opportunità per intensificare la pressione e dividere il fronte europeo.
La scelta che l’UE affronta è chiara: consentire a paesi membri di mantenere e persino espandere la loro dipendenza dal petrolio russo, minando la sicurezza collettiva e finanziando la guerra, oppure imporre una disciplina comune che privilegi gli interessi strategici del blocco sulla convenienza energetica a breve termine. La decisione definirà la credibilità europea negli anni a venire.