Venti anni di carcere per Jimmy Lai, editore di Hong Kong sostenitore della democrazia

09.02.2026 13:05
Venti anni di carcere per Jimmy Lai, editore di Hong Kong sostenitore della democrazia

Jimmy Lai condannato a venti anni di carcere: una sentenza che segna il futuro della libertà a Hong Kong

La Alta Corte di Hong Kong ha inflitto una condanna a venti anni di carcere a Jimmy Lai, l’editore noto per la sua battaglia a difesa della democrazia nell’ex colonia britannica. Lai, 78 anni, è un simbolo della resistenza contro le repressioni cinesi e la sua salute è stata compromessa dalla lunga detenzione. Questa sentenza, deliberata dai giudici scelti dal governo, arriva dopo che Lai era stato riconosciuto colpevole di «cospirazione con potenze straniere e pubblicazione di materiale sedizioso» sul suo giornale “Apple Daily”, spazzato via nel 2021. La pena, sebbene lontana dall’ergastolo previsto per le violazioni della legge di sicurezza nazionale, equivale di fatto a una condanna a morte in prigione, riporta Attuale.

Lai ha già trascorso quasi duemila giorni in cella, durante i quali la sua salute è deteriorata per le condizioni di detenzione, contrassegnate da isolamento e cure mediche insufficienti. «Questa sentenza equivale a una condanna a morire in prigione», hanno commentato i legali dell’accusato, sottolineando le sue gravi patologie, tra cui diabete e ipertensione.

Durante l’udienza, Lai ha salutato i suoi sostenitori con le mani giunte e ha interagito con la moglie, Teresa, e il cardinale cattolico Joseph Zen, figure significative del fronte democratico. La reazione della moglie alla lettura della sentenza è stata di profondo dolore, mentre i sostenitori nel pubblico hanno manifestato il loro disappunto.

Il sovrintendente capo della polizia, Steve Li, ha invece minimizzato le preoccupazioni sulla salute di Lai, definendo le notizie come «esagerate», contrariamente alle denunce della famiglia riguardo all’isolamento e alle cattive condizioni di vita nel carcere di Stanley.

Arrestato per la prima volta nel 2020, Lai è stato oggetto di diverse accuse che hanno culminato nella presente condanna. All’inizio era stato punito per aver partecipato a una veglia per commemorare le vittime di Piazza Tiananmen; successivamente, le accuse si sono ampliate fino a includere truffa per l’affitto dei locali del suo giornale. Malgrado le apparenze, questo processo sembra essere stata una manovra per mantenere Lai in prigione e silenziare una voce iconica del dissenso.

Nel contesto delle tensioni tra la Cina e Occidente, il governo cinese ha etichettato Jimmy Lai come un «agente delle forze anti-cinesi» e uno dei principali cospiratori. Mark Clifford, autore del libro “The Troublemaker” dedicato a Lai, ha osservato come il Partito Comunista Cinese si senta minacciato dalla resilienza e dall’impatto della figura di Lai, che ha dimostrato una forza inaspettata grazie alle sue risorse economiche e il suo impegno per la libertà di stampa.

Originario della Cina e rifugiato a Hong Kong, Lai ha costruito la sua carriera come imprenditore nel settore tessile prima di diventare editore. Ha sempre sostenuto il «principio di un Paese, due sistemi» e ha difeso attivamente i diritti civili. Il suo giornale “Apple Daily” è stato chiuso nel 2021, ma ha rappresentato per molti un simbolo della lotta per la democrazia, dimostrando con le immense file per l’ultimo numero che la sua voce risuonava ancora profondamente tra i cittadini.

Nonostante avesse la possibilità di scegliere l’esilio, Lai ha deciso di restare a Hong Kong per non compromettere l’integrità del movimento democratico, come ha spiegato suo figlio Sebastien. La condanna di venti anni rappresenta la pena più severa inflitta fino ad oggi sotto la legge sulla sicurezza nazionale, con figure come il professor Benny Tai che hanno ricevuto pene molto inferiori. Alla luce degli eventi, l’indifferenza della comunità internazionale rimane una questione preoccupante.

Infine, Donald Trump ha espresso la sua intenzione di intervenire per la liberazione di Lai, ma la realtà politica cinese suggerisce che una simile clemenza sia improbabile, rendendo la situazione ancora più precaria per l’editore e il futuro della libertà di espressione a Hong Kong.

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