KIEV – Zelensky cerca sostegno europeo evitando conflitti con Trump
KIEV – Tornato ieri a Kiev dal summit di Washington, Volodymyr Zelensky continua a tessere il suo difficilissimo equilibrio, mirato a coltivare il sostegno europeo ed evitare lo scontro con Trump. Cuore della sua strategia resta ottenere il massimo delle garanzie di sicurezza dagli alleati. «Costruiamo la nostra difesa del futuro con la Ue e gli Usa. La pace deve essere affidabile e duratura, abbiano garantito la nostra indipendenza e unito a noi molte nazioni», sostiene sui social, riporta Attuale.
Ma i russi continuano ad attaccare. Anche l’altra notte, mentre si teneva il summit, hanno sparato almeno 270 droni e 10 missili su 16 località del Paese: si attendono nuovi bombardamenti. Dall’incontro tra Putin e Trump a Ferragosto in Alaska sono morti 21 civili ucraini, quasi 100 i feriti.
Kiev rifiuta l’offerta russa di tenere il vertice a due Putin-Zelensky a Mosca, che in un secondo tempo dovrebbe poi diventare trilaterale con Trump. I motivi sono ovvi: come potrebbe il leader del Paese invaso andare nella capitale dell’invasore? «Sarebbe anche controproducente vedersi a Budapest», sottolineano i consiglieri del presidente, ricordando il precedente del famoso accordo «tradito» del 1994 sul disarmo nucleare ucraino, quando i russi con i maggiori attori internazionali si erano fatti garanti dei confini della nuova indipendenza ucraina. Si cerca dunque una sede diversa. Ma i problemi sono ancora immensi. Zelensky sa bene che gran parte della sua popolazione non si fida di Trump e teme Putin come la peste.
«Ritirarci dal Donbass significherebbe tradire tutti i soldati che sono morti e i feriti come me», sussurra Yevghen Iangosuk. È uno tra i tanti, parliamo di decine di migliaia di invalidi di guerra, che chiedono a Zelensky di continuare a dare un senso alle loro sofferenze e a quelle dei loro compagni.
Iangosuk ha 51 anni, tenente di fanteria, ex istruttore di pugilato, ferito grave a collo, costato, gambe e braccia, si è salvato dal drone che l’aveva preso di mira il 4 luglio 2024 sui campi di battaglia del Lugansk grazie alla costituzione forte, che per 24 ore gli ha permesso di strisciare oltre 15 chilometri tra macerie, campi abbandonati e zone alberate per raggiungere i compagni.
Non è difficile incontrare quelli come lui davanti agli ospedali militari e nei pressi del tappeto di bandierine nel centro di Kiev con i nomi dei soldati morti. Con loro Zelensky e il suo governo dovranno fare i conti, se davvero si dovesse arrivare a un compromesso territoriale in cambio delle intese con Mosca. Una pace a cui del resto ben pochi qui credono. Lo ricordano anche Oxana e Oleg, due profughi quarantenni di Melitopol, la città a nord della penisola di Crimea invasa dai russi nel marzo 2022, dove ora la tenaglia della repressione imposta da Putin ha cancellato qualsiasi libertà. «Non possiamo più parlare con i nostri famigliari rimasti a Melitopol. Lo FSB (il servizio segreto russo) controlla regolarmente cellulari e computer, se i suoi agenti scoprono che sei in contatto con gli ucraini in patria vieni subito perseguitato. Sappiamo di rapimenti, esecuzioni, deportazioni di famiglie intere. Trump si rende conto che cedere nostro territorio significa condannare altre centinaia di migliaia di persone alla persecuzione della dittatura?». Non parlano da fanatici nazionalisti, hanno pagato sulla loro pelle i drammi della guerra. Eppure, ritengono che la mediazione di Trump rischi di portare alla scomparsa del loro Paese.