32 paesi approvano il piano per l’uso delle riserve strategiche di petrolio
Mercoledì, nel dodicesimo giorno di guerra, 32 paesi dell’Agenzia internazionale dell’Energia (AIE) hanno approvato il più grande piano di sempre per usare le riserve di petrolio di emergenza. L’obiettivo è risolvere o almeno attenuare i problemi causati dal blocco dei traffici marittimi nello stretto di Hormuz, che ha interrotto le esportazioni petrolifere dei paesi del golfo Persico, riporta Attuale.
Il piano prevede di rendere disponibili 400 milioni di barili di petrolio, ossia un terzo delle riserve dell’AIE. È una quantità senza precedenti, ma comunque un rimedio provvisorio e difficilmente ripetibile. Nel frattempo, i paesi del Golfo stanno esplorando alternative via terra per continuare a esportare petrolio e gas naturale, ma quelle disponibili non hanno la stessa capacità delle navi e quindi non possono sostituirle.
Malgrado le rassicurazioni del presidente statunitense Donald Trump, lo stretto di Hormuz è sempre più pericoloso e la guerra si sta spostando in mare. Mercoledì sono state colpite tre navi civili in tre separati attacchi nello stretto, con ogni probabilità iraniani. Gli Stati Uniti hanno minacciato nuove ritorsioni contro la possibilità che l’Iran posizioni mine navali nello stretto, facendo capire che potrebbero attaccare i porti iraniani del Golfo, sostenendo che il paese li utilizza per operazioni militari.
I bombardamenti israeliani su Beirut hanno colpito anche quartieri del centro della città, per la prima volta in questa guerra, e in serata sono ripresi intensamente sulle zone meridionali della capitale, dove è più radicato Hezbollah. Finora gli attacchi israeliani in Libano hanno ucciso almeno 630 persone e causato più di 750mila sfollati. Mercoledì l’Unione Europea ha annunciato che invierà aiuti umanitari per 100 milioni di euro.
In serata Hezbollah ha fatto un consistente lancio di razzi verso il nord di Israele, contestuale a un nuovo attacco missilistico iraniano. L’Iran ha proseguito gli attacchi aerei anche contro i paesi del Golfo e, per la seconda volta dall’inizio della guerra, ha preso di mira il porto più grande dell’Oman. Nonostante gli attacchi continuino, la loro intensità sta calando e man mano che passa il tempo il paese lancia meno droni e meno missili.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede all’Iran di interrompere gli attacchi, con 13 voti a favore su 15. Si sono astenute Russia e Cina, i principali alleati internazionali dell’Iran. Le decisioni del Consiglio in teoria sono vincolanti, ma nella pratica possono non essere rispettate dai paesi coinvolti.
Mercoledì Trump ha fatto altre dichiarazioni contrastanti sulla durata prevista per la guerra. Ha fatto capire di considerarla vinta dagli Stati Uniti, ma senza chiarire quanto andrà avanti. Ha affermato sia “non abbiamo ancora finito”, sia che finirà “presto” perché “non è praticamente rimasto più nulla da colpire” in Iran, sia “non vogliamo andarcene in anticipo, vero?”. Ha fornito anche numeri discordanti delle navi iraniane distrutte, l’ultimo è 58.
Infine, il Pentagono ha fornito una prima stima parziale di quanto stia costando la guerra agli Stati Uniti: almeno 11,3 miliardi di dollari (9,8 miliardi di euro) per i primi sei giorni. Il New York Times ha ottenuto alcune anticipazioni dell’indagine militare in corso sul bombardamento che all’inizio della guerra ha colpito la scuola di Minab, nell’Iran meridionale. Secondo le fonti del giornale, l’indagine attribuisce la responsabilità agli Stati Uniti, che l’avrebbero bombardata per errore, basandosi su una mappa satellitare non aggiornata.